A CALCINCULO

CAPITOLO  X (Ultimo capitolo)

 

 

MARTEDI, 22 NOVEMBRE 1948

 

Quel maledetto martedì, alle 7 e 30 del mattino, Maria Biancaneve smise di vivere!

In quel periodo lavoravo come manovale presso il Cantiere Edile Strusi, infondo a Via Roma proprio alle porte del paese. Avevo da poco iniziato il lavoro, mi trovavo sull’impalcatura, quando fui chiamato giù dal Capomastro. Sceso, vi trovai ad aspettarmi Chiara. Non la riconobbi subito, avvolta com’era nell’ampio e pesante scialle nero che la copriva tutta compresa la testa e quasi tutto il viso.

«Chiara? Cosa ci fai qui a quest’ora? Hai bisogno di qualcosa?», per rispondermi Chiara aprì lo scialle scoprendo un viso stravolto. Pallida, tremante, gli occhi gonfi di pianto e, quando tentò di parlare, il mento cominciò a tremargli impedendo l’uscita delle parole.

Nel vederla in quelle condizioni un insieme di pensieri mi affollò la mente. Poi, improvviso, il nome di Maria  penetrò come una saetta nel cervello esplodendo dalla paura.

« Maria?», urlai terrorizzato. Non fu necessario sentire la risposta. Chiara, piangendo, asserì con il solo gesto della testa. A quella conferma, mi sentii venir meno. Avvertii un gran dolore allo stomaco come se avessi ricevuto un potente pugno da farmi piegare in due su me stesso, provocandomi sensazioni di nausea. Mi lasciai pesantemente cadere a sedere su un cumulo di tufo.

Con i gomiti sulle Ginocchia e la testa fra le mani mi tiravo i capelli dalla disperazione. Cercavo di contenere il dolore che mi squarciava il petto lasciandomi senza fiato. Strano, i mie occhi non lacrimavano. Il pianto era tutto interno. Il mio corpo veniva, di tanto in tanto, scosso da convulsioni. Involontariamente, emettevo lamenti gutturali come un animale ferito a morte.

La giovane Chiara, davanti a questo mio disperato dolore, fu colta maggiormente dalla disperazione. Singhiozzando, si avvicinò e, prendendomi la testa fra le mani  la strinse  sul suo grembo, come di solito fa una mamma con il suo piccolo impaurito. Accarezzandomi delicatamente i capelli per calmarmi e con voce rotta dai singhiozzi, mi sussurrava:

«No Gino! Non fare cosi! Ti prego, calmati! Non ce la faccio a vederti in queste condizioni! Gino, sii forte! Calmati!»

«Come faccio a calmarmi? Maria è morta!», poi, incredulo, chiedevo a me stesso:

«Come? Maria è morta? No, non è possibile! Perché Maria? Perché proprio lei? Cosa ha fatto di tanto grave per meritare la morte? Dio! Lo chiedo a te! Rispondi! Cosa ti ha fatto Maria per punirla così duramente? E io? Cosa ti ho fatto io, per togliermi  Maria?».

Chiara, straziata dal dolore della morte dell’amica del cuore, capiva benissimo il delirio che, in quel momento, stava sconvolgendo la mia mente. Aprendo lo scialle mi coprì per ripararmi dal freddo. Impietosita si chinò su di me abbracciandomi forte. Mi teneva stretto a se mentre cercava di addolcire la voce, per dirmi:

«Per favore Gino, fai uno sforzo, cerca di calmarti! Facendo così mi metti paura!».

Chinata davanti a me rimammo in quella posizione per parecchio tempo. Fronte contro fronte. I nostri respiri sotto lo scialle scaldarono i nostri volti recandoci un pò di sollievo al corpo e all’anima. Il mio pensiero vagando nel nulla incontrò l’opera lirica, la Bohème e, stranamente mi venivano in mente le parole:

«Ho tante cose che ti voglio dire,/ o una sola ma grande come il mare,/ come il mare profonda ed infinita…/Sei il mio amore e tutta la mia vita».

«Che cazzo!…Io sto soffrendo maledettamente e la mia mente che fa?  Canticchia un’opera? », pensai innervosito.

Finalmente, un po’ più calmi, ci avviammo verso il paese. Fatta poca strada incontrammo la Signora Giuseppina, madre di Chiara e donna di servizio dei Signori Loprete, che, preoccupata della figlia, era venuta a cercarla. Sul suo viso era dipinta un’ aria bellicosa ma, nel vedere i nostri visi il sua nervosismo sbollì di colpo.

«Scusa se ho tardato mamma! Non me la sono sentita di lasciare Gino da solo!».

«Non preoccuparti! Hai fatto bene!».

Senza pronunciare altro, venutami vicino, mi strinse a se in un abbraccio materno.

Davanti al portoncino di casa Loprete, era già riunita molta gente.

Il tempo si era messo a brutto. Era di un grigio plumbeo, mentre un gelido venticello di tramontana, aveva obbligato gli uomini ad alzare il bavero della giacca e sprofondare le mani nelle tasche dei pantaloni.

Per le donne, fu più semplice: bastò alzare sulla testa i loro pesanti scialli di lana per riparare dal freddo anche buona parte del viso.

Nonostante il disagio del freddo, nessuno accennava ad abbandonare quel tratto di marciapiede. Anzi… lentamente, andavano aumentando.

Il campanone della Chiesa madre, iniziò a diffondere il suo cupo e monotono suono comunicando alla comunità che, uno di loro li aveva lasciati per sempre.

Con un cenno della testa salutai la Signora Giuseppina, proseguendo verso casa Loprete, ma lei mi afferrò per un braccio bloccandomi.           

«Un momento, dove vuoi andare?».

«Che domanda, vado su da Maria!».

«L’ho immaginavo! No, per ora, non puoi farlo!».

«Non posso farlo? E perché?».

Presomi sottobraccio con fare materno m’invitò ad entrare in casa sua:            

«Vieni in casa con noi, mentre Chiara ci prepara  un caffè, io ti spiego!».

« Non c’è niente da spiegare e non ho voglia di caffè!», sbottai e aggiunsi: «Scusatemi ma io devo andare!».

Con fare deciso la Signora mi trattenne per un braccio mentre con tono serio mi disse: « E no che non ti lascio andare! La vedi tutta questa gente? Secondo te perché resta al freddo e non va su?».

«Non lo so e non  voglio saperlo! Io vado su!».

«Ah… tieni na bella capa tosta? O non vuoi capire? E va bene! Io ho cercato di spiegartelo. Se proprio ci tieni a fare la figura dell’intruso ed essere mandato via, vai pure su!».

Rimasi interdetto dall’insistenza della signora di trattenermi. Riflettendo, ebbi dei dubbi:

«E se ha ragione?  Non essere accettato in casa, per me sarebbe una grossa umiliazione!».

Mogio, mogio, seguii la donna.

In casa, occupammo la panca in cucina davanti al grande caminetto tipo monacale. In paese lo avevano quasi tutti. Chiara, raccolto delle braci sotto ad un basso treppiede, vi sistemò sopra la caffettiera napoletana mentre, sul fondo, ardevano degli schioppettanti ceppi che emanavano fiammelle gialle bordate di luce azzurrognola. La signora Giuseppina occupò il posto alla mia sinistra cominciando a spiegarmi il perché io non potevo andare subito in casa della defunta.

«Hai visto quanta gente si è raccolta sotto casa. Nel pomeriggio, con il rientro dai campi, molta più gente si unirà a loro. Rimarranno lì, in silenzio, per tutto il giorno, freddo, pioggia o neve che sia. Nessuno riuscirà a portarli via. solo nel tardo pomeriggio, a piccoli gruppi, saliranno a visitare la defunta e porgere le condoglianze ai famigliari. Questo è ritenuto da noi, solidarietà e rispetto di chi è stato colpito così duramente dal destino. Sono già arrivati i parenti del Professore. Riunitisi i parenti, insieme agli addetti delle pompe funebre e al Parroco, stanno stabilendo e organizzando la camera ardente, la veglia funebre e tutto quello che va dietro. Intanto, la comunità, manifesta la sua solidarietà con una massiccia presenza sotto i balconi di casa ».

«Povero Professore! Potevano essere poco più delle 22 ieri sera, quando l’ho sentito scendere di corsa le scale. Poco dopo ho sentito partire la sua auto. Ho capito subito che stava succedendo qualcosa di grave. Sono subito corsa su. Non ti dico in che condizioni ho trovato la Signora. Era disperatamente agitata. La piccola Maria a quell’ora, prende una medicina accompagnata da un bicchiere di latte caldo.

Era seduta sul letto che beveva tranquilla, quando, all’improvviso ha inclinato la testa da un lato, mentre il bicchiere gli sfuggiva di mano: aveva perso i sensi.!».

«Avete detto alle 22? Ma io a quell’ora ero con Dino sotto il suo balcone come tutte le sere. Dino mi aspetta all’uscita della scuola e subito veniamo qui a fargli la serenata. Maria muove le tende per farci capire che è in ascolto e le tende le ha mosse anche ieri sera!».

«Si, lo so! Anch’io vi ho sentito. Ormai per il vicinato, la vostra serenata è diventata come la tromba militare che suona il silenzio. Finito la canzone, si va tutti a letto e, ieri sera, stavo appunto andando a letto, quando ho sentito il trambusto proveniente da casa Loprete. Mentre cantavate, Maria era ancora cosciente e vi ha sentito, tanto è vero, che nel prendere il latte, canticchiava ancora la vostra canzone povera piccina».

Stavo per chiedergli ancora qualcosa ma non ci riuscii; il forte tremolio del mento me l’impedì. Con grande sforzo, riuscii a bloccare il pianto. Provvidenziale fu l’intervento di Chiara nel servire il caffè.

La nera e calda bevanda e la sosta di silenzio riuscirono a calmarmi.

«Signora Giuseppina, voi, sapete di cosa è morta Maria?».

«Si, gliel’ho chiesto al dottore che mi ha detto che si tratta di… Aspetta, l’ho scritto da qualche parte!», Cosi dicendo, la donna frugava nell’ampia tasca che, come un marsupio, aveva sul davanti del grembiule. Dopo tanto rovistare fra una moltitudine di cianfrusaglie, tirò fuori un pezzetto di carta verde sgualcita. « Ecco qua! E’ questa!», disse soddisfatta. «Dunque, si tratta di “leucemia galoppante”!».

« Leucemia? E cos’è?».                                                                                                         

«Anch’io non sapevo cos’era, così l’ho chiesto al dottore e, lui, me l’ha spiegato. Solo che è una cosa talmente complicata che non so se ho capito bene. Il dottore parlava di certe cose rosse e bianche che abbiamo nel sangue e che in quello di Maria mancavano».

Poco dopo, uscii in strada unendomi agli altri che, in silenzio, sostavano sotto casa. Vi rimasi per tutto il giorno. Nel pomeriggio, ritornati dal lavoro, uno dopo l’altro si unirono a me gli amici. Vedendomi, mi venivano vicino abbracciandomi commossi porgendomi le condoglianze, per poi rimanermi accanto in rispettoso silenzio. Le ragazze giunsero in gruppo, vi erano tutte: Natalina, Crocifissa, Rosaria, Lina, Carmela, Concetta e Ornella, Chiara era li già da tempo. Le  amiche, nell’abbracciarmi, dissero tutte la stessa cosa: «Gino, sei gelato!».

Per proteggermi dal gelido venticello di tramontana, come tante chiocciole, mi si strinsero attorno. Natalina, più chiocciola della altre, aprendo lo scialle, come se alzasse un ala per copre il suo pulcino infreddolito,  mi strinse a se per scaldarmi. Sottovoce, mi chiese:

« E’ vero che sei qui da stamattina presto?».

« Si!».

« Almeno, hai mangiato qualcosa?».

« No, non ho fame!».

«Non puoi stare digiuno! Con questo freddo poi, rischi di prendere un accidenti! Sei gelato come na pizza marina! Senti, a casa mia c’è zuppa di ceci cu l’ codiche, ottima a scaldare lo stomaco! Perché non facciamo un salto? Dai, coraggio, andiamo!».

«Grazie. Sei molto buona! Credimi, non ho proprio fame! Sai che Chiara abita qui accanto, anche lei e la madre, hanno tanto insistito, ma il mio stomaco è chiuso ermeticamente, non andrebbe giù neanche un goccio d’acqua!».

Natalina, con gli occhi rossi di pianto, mi abbracciò di slancio e, nascondendo il viso sulla mia spalla, diede sfogo al suo dispiacere singhiozzando come una bambina.

Accortosi di cosa stava succedendo sotto lo scialle di Natalina, subito intervennero le altre amiche che, tirandola via la rimproverarono per quella sua debolezza:

«Natalina! Cosa fai? Proprio tu? La più grande, la più allegra, la più spigliata, fai la debole? Basta una che si lascia andare e vedi qui cosa succede!», pronosticò Chiara.

«Avete ragione, scusatemi! Voglio tanto bene a Gino e a Maria che da sempre mi sono ritenuta una loro sorella maggiore. Soffro per la morte di Maria e, nel avvertire questo dolore, penso a Gino. Lui l’amava, se io soffro, se soffro come amica, quando grande sarà il suo dolore? A questo pensiero, non ho saputo trattenermi!»

Le ombre della sera stavano cancellando il grigiore di quella giornata. Chiara fu chiamata dalla madre e, quando tornò, disse:

«La mamma ha annunciato che possiamo andare! Sopra aspettano noi!».

Chiara mi prese sottobracci e, avviandoci su per le scale aprimmo il corteo. Le ragazze, in segno di lutto, erano tutte vestite di nero.

Il soggiorno era stato svuotato d’ogni cosa. Lungo tutto il perimetro delle pareti erano state sistemate delle sedie. Al centro della sala, su di un baldacchino, sistemato tra quattro grossi e alti ceri, troneggiava una bara bianca. All’interno, giaceva Maria Biancaneve che, fra tutto quel bianco, i suoi neri capelli formavano un forte contrasto. Erano sciolti e sparsi sul cuscino facendo da cornice ad un viso dal pallore della morte.

Le vene blu, sulle tempie, non si distinguevano più. Solo l’espressione del viso era rimasto uguale,  dolce e sereno. Se non fosse per il pallore, a guardarla si affermerebbe che dormisse.

Il lungo vestito bianco che indossava, la faceva assomigliare ad una sposa. Le mani, giunte sul petto, reggevano una coroncina del rosario, dello stesso colore del vestito. Noi tutti, rimanemmo per lungo tempo in meditazione intorno alla bara.

Il mio pensiero emigrò da quel triste luogo. Raggiunse, attraverso un piccolo sentiero, il vecchio albero d’ulivo, dove, per la prima volta, aprimmo i nostri cuori e, unendo le labbra tremolanti d’emozione, ci giurarono eterno amore.

Il mio sguardo tornò a posarsi sul pallido viso di Maria. La mia natura fanciullesca deviò il mio pensiero portandomi nella fiaba di Biancaneve. Anche Biancaneve morì e si trovava nella bara proprio come ora giaceva Maria, quando dal bosco sbucò il Principe Azzurro cavalcando il suo bianco destriero. Nel vedere Biancaneve, addolorato della morte di una così balla fanciulla, come estremo saluto, le volle dare un bacio. Questo gesto fu propizio per la bellissima Biancaneve che, avendo mosso il pezzettino di mela avvelenata che aveva ancora fermo tra le labbra, la fece tornare in vita.

Il movimento che ci fu intorno, mi riportò nella realtà. Mi trovavo tra  Dino e Chiara che,  presomi le mani come già avevano fatto gli altri. Subito a noi si unì Michele e intorno alla bara fu formato il cerchio dell’amore e della solidarietà inventato da Natalina. Con tono basso, la dolce voce di Natalina, prese a cantare l’Ave Maria di Schubert facendo accapponare la pelle a tutti i presenti.

Prima di ritirarsi mi portai alla testa della bara, chinatomi, volli salutarla per l’ultima volta posando le labbra sulla sua fronte di gelo. Dovetti fare un grande sforzo per trattenere la rabbia che mi esplose in corpo.  Non sapevo con chi prendermela ma, avevo una gran voglia di urlare e spaccare tutto.

Nell’attesa di calmarmi, rimasi in quella posizione, con le labbra incollate alla fronte di Maria Biancaneve.  Gli amici si ripresero per mano e, in silenzio, riformarono il cerchio. Per noi, quel gioco era un gesto di fanciullesca goliardia, non quella sera! I visi di noi tutti, erano tirati mentre gli occhi colmi di lacrime manifestavano il  dolore che avevano dentro. Natalina mormorò piano:

«Gino e Maria, rimarrete sempre nel mio cuore!».

« Nei nostri cuori!» risposero tutti in coro.

Non mi avvidi subito della posizione assunta intorno a me. Nel prolungare il bacio, il mio pensiero ritornò alla fiaba pensando:

«Quanto vorrei che tutto questo fosse solo un brutto sogno, un incubo. Sarebbe fantastico se ora io, come quel Principe, baciando Biancaneve la riportassi in vita».

Sfilando davanti alla bianca bara, i ragazzi, portandosi due dita sulle labbra, vi davano un bacio che poi, in segno di estremo saluto, andavano a posarlo, sulle labbra della loro amica.

Prima di uscire, porsero le condoglianze a Michele e ai suoi genitori. Erano in condizioni pietose. La Signora Grazia, con affetto, ci abbracciò uno per uno. Abbracciare quei ragazzi, per lei, era come abbracciare un po’ la sua bambina. Giunto il mio turno, la Signora, come se mi aspettava con ansia, mi  abbracciò stringendomi forte al petto, mentre, piangendo mi diceva:

«Gino, povero figlio mio! Che disgrazia! Che sventura! La nostra piccola Maria non c’è più! Cosa abbiamo fatto par meritarci questo?».

Il grido di dolore e di disperazione di quella domanda: «cosa abbiamo fatto per meritarci questo?», mi entrò nel petto some una lama rovente. Sentii il cervello scoppiarmi. Poi tutto divenne buio.

Sarà stato la stanchezza, sarà stato la debolezza, sarà stato il grande dolore, fatto è che persi i sensi. Scivolai come un sacco vuoto ai piedi della Signora Grazia.

Quando ripresi i sensi mi trovai steso su una sedia a sdraio davanti al fuoco in casa della Signora Giuseppina, tutt’intorno gli amici con aria triste, preoccupati per la mia salute. Premurosa la Signora  mi porse subito una scodella di brodo bollente preso dalla pentola che era sul fuoco.

Rinfrancati gli amici andarono via, la Signora mi volle tenere li in casa sua. Gli fui molto grato. Rimasi solo davanti al fuoco.

 Nella sala, si sentiva solo lo schioppettio della legna che bruciava nel camino.

Fermo, immobile. In mano ua seconda tazza di brodo fumante, guardavo affascinato la legna che bruciava mentre mi chiedevo cosa faceva cambiare colore alla fiamma che, partendo da un rosso-giallo, andava sfumando sul verdazzurro. E cosa provoca tutti quegli schioppi che, come piccoli fuochi pirotecnici, lanciavano scintille da tutte la parti.

Che strano? Con tutto il dolore che ho dentro, come può il cervello sviarsi tanto fino a pensare cose così stupide? Forse lo fa per autodifesa, per non impazzire?

Sopraggiunse la Signora Giuseppina che, vistomi immobile, mi tocco un braccio scuotendomi leggermente chiese: «Durmi?», Accertatosi che ero sveglio, aggiunse: «Su Gino! Bevi il brodo prima che si freddi!»

Come se mi destassi in quel momento da un lungo sonno, curiosamente, mi guardai intorno. Guardai la tazza che aveva in mano, chiesi: «Che ora è?», senza aspettare la risposta, mi alzai dicendo: «E’ tardi! Ora, tolgo il disturbo!».

Nel frattempo era entrata anche Chiara, Mamma e figlia si scambiarono uno sguardo preoccupato. Chiara mi venne alle spalle posandovi ambo le mani. Esercitando una certa pressione mi fece risedere mentre mi diceva:

«È tardi, sei troppo stanco e fa molto freddo per andare via. Rimani qui vicino al fuoco e facciamo insieme la veglia per Maria!».

Le sue premure mi commossero. Nel sentire gli occhi riempirmi di lacrime cercai di nasconderlo fingendo di soffiarmi il naso.

Gesto che non sfuggi alla Signora Giuseppina che, nel riprendere a parlare, assunse un tono quieto, come di solito è quello di una mamma che vuole placare la disperazione che ha colpito il suo bambino.

«Caro Gino, ci sono persone che sono convinte che gli “uomini” non devono piangere “mai”. Non è vero! Gli uomini, hanno un cuore e una sensibilità come noi donne e soffrono come noi. Solo che vogliono fare i duri e fanno grandi sforzi per non farsi vedere con le lacrime agli occhi. Così facendo, si tengono tutto dentro soffrendo il doppio. Perciò caro, ascolta il mio consiglio, se senti la necessità di piangere, non trattenerti. Non è una vergogna. Per l’età che ho, posso essere tua madre, proprio perché sono una mamma ti capisco e so cosa provi in questo momento».

Fui spinto da un gran bisogno di avere vicino mia madre. Sentirmi stringere dalle sue braccia e poter sfogare tutto il mio dolore piangendo stretto sul suo petto. Senza rendermi conto abbracciai la Signora e posando la testa sul sua petto, mi lasciai andare dando pieno sfogo all’amarezza e alla disperazione che per tutto il giorno mi aveva tormentava dentro.

Avvertì che anche la donna, nel tenermi abbracciato, singhiozzava con me, come pure la figlia, venuta a sedersi accanto alla madre, piangeva con noi.

Fu un pianto ristoratore. Staccandoci, fummo impegnati a lungo con i fazzoletti per asciugarci gli occhi, il naso e la faccia.

Quando la Signora riprese a parlare aveva un tono leggermente scherzoso:

«Questa te la devo proprio raccontare! Prima ti ho detto che potrei essere tua madre, lo sai che se si fossero avverate le fantasie di Chiara, tu oggi mi chiameresti per davero “mamma?».

«Come sarebbe a dire? Non capisco  come questo potesse succedere!».

Sentii Chiara protestare.

« No mamma! Non raccontarlo, ti prego!».

«Ma cara, non devi vergognarti! Sono certa che Gino lo sa che gli vuoi bene come a un fratello! Vero Gino che lo sai?».

«Certo che lo so! Voglio bene a Chiara come a tutto il resto del Gruppo. Ci vogliamo bene proprio come fratelli e sorelle!».

« Appunto! Ora ti spiego: Come già sai, Chiara è figlia unica. Durante il parto, sorsero delle complicazioni, a causa di queste, non ho più potuto avere figli, con gran dispiacere di mio marito che ne voleva tanti, in particolare, voleva almeno un maschio. Chiara non si era mai lamentata d’essere figlia unica, fino a quando, per mezzo di Michele, ha conosciuto te! Ricordi quando abitavi in via XXV Luglio? Venivi qui davanti a giocare con Michele? Eravamo nel ’43, Chiara aveva poco più di sette anni».

«Si Signora, ricordo benissimo! Mi fermavo proprio davanti a casa vostra. Spesso trovavo Chiara che m’invitava a giocare con lei a campana, col cerchio, a  tamburello ecc.».

« Ecco appunto! E’ stato in quel periodo che ha cominciato a rimproverarci di non avergli dato un fratellino. Una sera, l’inaspettata proposta. Stavamo cenando, quando d’improvviso Chiara, rivolta al padre, chiede: «Papà, oggi a scuola abbiamo parlato di figli naturali e figli adottivi. Voi, potete adottare un figlio?».

Il padre, preso alla sprovvista, li per lì, non sapeva che risposta dare. « Non ci ho mai pensato! Ma credo di sì! Perché?».

Sicura di se, la bambina rispose: «Vorrei che  adottaste Gino u Tarantinu!».

« Davvero? E perché proprio lui?», chiese incuriosito il padre.

«Perché mi piace, è buono, mi fa giocare e gli voglio tanto bene come se fosse davvero mio fratello».

«Io e mio marito ci guardammo meravigliati ma non contrariati che nostra figlia volesse bene a un ragazzo. Ti dirò di più: a forza di sentirla parlare di fratellino, mio marito aveva cominciato a farci sul serio un pensierino?».

«Davvero?», fu l’unica cosa che seppi dire sbalordito com’ero.

«Si, mi devi proprio credere! Mio marito si è arreso solo dopo che: informandosi, seppe che per i ragazzi, anche se abbandonati, ma che hanno ancora in vita uno dei genitori, non può essere adottato, a meno che…il genitore non rinunci, legalmente, alla patria podestà».

Guardai incredulo la donna, ero senza parola.

«Ma mamma, non dovevi! Era un nostro segreto!», disse Chiara seriamente impacciata e rossa di vergogna. Rivoltasi a me, aggiunse:

«Gino, non dargli retta! Ero solo una bambina che non sapeva quello che diceva!».

Quel discorso era riuscito a distrarmi al punto di scherzare.

«Non sapevi quello che dicevi? Allora, non è vero che mi volevi bene come ad un fratello!».

«Ma si! Ti ho sempre ritenuto un fratello come ritenevo Maria,  la mia sorella maggiore».

«Mi fa tanto piacere sentirtelo dire e sai cosa ti dico? Che ora accetto un’altra tazza di brodo, magari cu dò fedde d’ pane arrustutu!».(1)

La ragazza non se lo fece ripetere due volte. Svelta andò a prendere il necessario e poco dopo la sala si riempì dell’odore di pane abbrustolito.

In silenzio osservavo la Signora Giuseppina che, munitasi di ferri e lana, si era messa a sferruzzare. Guardando quel viso di donna ancora giovane, incorniciato da un fazzoletto nero con piccoli fiorellini bianchi che, coprendogli del tutto il capo, era annodato sotto il mento. Quello che il fazzoletto lasciava vedere, era un viso bruciato dal sole che non aveva mai conosciuto cosmetici di sorta. Ai lati del labbro superiore, si notavano due piccoli ciuffettini di peluria biondiccia. I due occhi verdi, sembravano due gioie incastonate in un rustico gioiello. In silenzio, continuai a scoprire tutti i particolari di quel viso di donna e, con mia meraviglia, mi sorpresi a pensare: « Sì! Non mi sarebbe dispiaciuto averla come mamma!».

Commosso dal mio stesso pensiero, prima di riprendere in mano la tazza di brodo, ritornai ad abbracciarla  ringraziandola di tutto quanto stava facendo per me.

«Grazie Signora Giuseppina! Siete tanto buona e sapete come alleviare il dolore di un ragazzo. Non vi dimenticherò mai!».

Le mie parole commossero la Signora fino a fargli luccicare gli occhi mentre diceva:

«Sono contenta di esserti stata d’aiuto! Ora tu ti trovi come sbattuto in mezzo ad una tempesta e vedi tutto nero. Per fortuna le tempeste passano e il sole ritorna sempre a brillare. Così è sempre stato e così sempre sarà! Anche per te ritornerà a brillare il sole! Il cuore mi assicura che, un giorno, incontrerai la fortuna e anche tu sarai felice».

Quasi l’intero paese accompagnò la piccola Maria nell’ultimo suo viaggio. Giunto all’ingresso del cimitero non me la sentii di andare oltre. Ogni volta che il mio pensiero correva a Maria, la rivedo fredda, immobile, chiusa in quella maledetta bara. Era come ricevere una pugnalata in pieno petto da lasciarmi senza fiato. L’idea di vederla sparire sotto palate di terra, mi faceva impazzire dal dolore.

Senza dare nell’occhio, sgusciai via dagli amici. Per ore e ore, vagai per la campagna senza meta.

A sera inoltrata, mi ritrovai sotto quello che fino a quell’estate, era stato il nostro albero. Sotto quei rami che mi avevano visto felice insieme a Maria, ora davo sfogo a tutto il mio dolore, a tutta la mia rabbia.

Rivolto al cielo mi misi ad urlre con tutto il fiato che avevo in corpo:    

«DIOOOO, DOVE SEIIII???  MI SENTIIII??? RISPONDIMI PERCHE’? PERCHE’ MI HAI FATTO QUESTO? PERCHE’ TI SEI PRESA MARIA?».

Alle mie disperate urla, alle mie accorate domande, rispose solo il latrato di alcuni cani dalle case vicine. Stanco e infreddolito, mi accasciai sfinito nell’incavo del tronco.

Riparato dal gelido vento di tramontana avvertì un certo sollievo, come se l’albero mi  abbracciava, mi proteggeva. Nel buio della notte mi giunse la voce del mio fraterno  amico che mi chiamava:

«Gino! Gino, sei qui? Rispondi!».

Era la terza volta che veniva a controllare l’albero ed ora era felice di avermi trovato.

«Fratè, finalmente! La tua sparizione ha preoccupato quasi tutto il paese! E’ tutto il pomeriggio che ti cerchiamo! Su, vieni! Andiamo a casa!».

«No, no! vai pure! Hai visto no? Sto bene, vai, vai!».

«No, caro mio! Ho promesso a mama e tata che ti avrei portato a casa e io ti ci porto anche se ti devo caricare sulle spalle!».

Gli amici, sparsi per il paese, ti cercano da ore preoccupati, e, man mano che chiedevano in giro se ti avevano visto, altra gente si preoccupava e si univa alle ricerche.

Quando con Dino, raggiunsi le prime case del paese, fui accolto da una moltitudine di gente festosa che, circondatomi, mi accompagnò fino a casa Gerunda dove trovai i due vecchietti preoccupatissimi che mi accolsero con un gran respiro di sollievo.

«Aspettavamo te per cenare!», disse tata Ronzo facendomi sedere a tavola accanto a se.

Mamma Agata si prese subito cura di me. In precedenza, aveva messo, davanti al fuoco, uno scialle steso sulla spalliera di una sedia con il quale mi coprì le spalle. Poco dopo, sistemò a centro tavola, un gran piatto fumante di zuppa di “fae spizzutate”. (1)

Come preparava la zuppa di fave mamma Agata, non la sapeva fare nessuno.

Le fave, intere di buccia, tolto solo il nasello, sono cotte in molta acqua con aglio, cipolla, alcuni pezzetti di pomodoro, sedano, una foglia d’alloro. Mamma Agata ci aggiungeva delle codiche o un osso di prosciutto. Tutto intorno al piatto reale, erano state inserite delle fette di pane brustolito. Portato in tavola, ultimava l’opera con un filo d’olio crudo.     

Più che mangiare, bevevo. Per ogni due tre cucchiaiate di fave, mi attaccava al  bottiglone dando lunghe sorsate. Alla fine, il nero e corposo vino 18 gradi di tata Ronzo, oltre a scaldarmi, riuscì ad intontirmi. Rimasi a dormire dai Gerunda. La loro compagnia e il buon vino, riuscirono a darmi un pò di serenità e un sonno tranquillo e ristoratore.

Il giorno seguente, comunicai a tata Ronzo la decisione presa.

«Figlio mio, dove vai?», chiese preoccupata mamma Agata.

«Per ora, vado a stare in città con mio fratello che fa il fotografo! Poi si vedrà!».

Nel salutarlo, tata Ronzo mi abbracciò con affetto.

«Mi dispiace molto che ci lasci. Mi sento come quando i miei figli partirono per la guerra! Io ti benedico come feci con loro».

« Non esageriamo tata! Vado solo a vivere nella mia città!».

«Lo so, ma sei ancora tanto giovane e i pericoli che s’incontrano sono molti! Hai vissuto parecchi anni qui e ti sei abituato a noi. Ricordati che la gente in città è molto diversa! Perciò, mi raccomando; stai sempre allerta e non fidarti mai di nessuno!».

«Grazie tata! Terrò presente i vostri insegnamenti, andando in campagna bisogna stare sempre attenti dove si mettono i piedi, perché, quando meno te l’aspetti, puoi pestare una vipera!».

«Bravo! Vedo che hai capito quello che voglio dire! Ricorda sempre i miei insegnamenti e tieni presente che in città vi sono molte più vipere che in campagna e sono anche molto più pericolose!», disse con enfasi, l’anziano contadino.

Salutando il mio caro amico Dino gli dissi:

«Fratè, anche se vado, rimarrai sempre il mio più grande amico!».

«Ti ricordi cosa ti ho sempre detto a riguardo? Cerca di non fare come loro! Qui hai tanti veri amici, ricordalo! In qualunque momento, se hai bisogno puoi contare sempre su di noi! E pensaci di tanto in tanto! In particolare, ricordati del nostro “Gruppo”, del cerchio dell’amore e dell’amicizia!».

«Fratè, non potrò mai dimenticarvi? Ovunque andrò, con chiunque sarò, vuoi sarete sempre nei miei ricordi!».

 

Prima di lasciare il paese feci una sosta al piccolo cimitero.

La tomba di Maria traboccava di fiori bellissimi. Inginocchiatomi, deposi sulla croce alcune margheritine prataiole che tanto piacevano a Maria, raccolte sotto il nostro albero. Rimasi immobile in quella posizione per parecchio tempo. Fissavo quel cumulo di terra coperto di fiori. Per un attimo, il mio pensiero l’attraversò in profondità. Vidi Maria chiusa nella bara gelida e buia. Sentii il cuore chiuso in una morsa d’acciaio che me lo stringeva senza pietà. Grosse e calde lacrime mi rigavano il viso. Singhiozzando la salutai:

«Addio mia piccola Biancaneve! Il tuo ricordo mi seguirà ovunque! Ti porterò sempre con me racchiusa nelle latebre del  cuore! La sfortuna è stata tutta dalla nostra parte. Avevamo ipotizzato tutto, all’infuori di un evento così terribile. Credevo in Dio e al destino! Ora non so più a cosa credere!

Mi sento sempre più solo e abbandonato! Cosa vorrà da me il Signore? Ti prego Maria, se è vero che esiste il Paradiso, ora tu sei li, puoi   sentirmi e vedere in che inferno mi hai lasciato. Ti prego, se puoi aiutami. Stammi vicino! Allievi questa mia terribile sofferenza!».

 Stranamente, il pensiero corse indietro fino ad un pomeriggio dell’estate scorsa, quando, in casa Loprete, con l’aiuto di Maria, stavo facendo il compito d’italiano. Lei leggeva delle poesie, di una in particolare, ricordo alcuni versi che leggendoli, lei si emozionò.

Dalla tasca della giacca tirai fuori un mozzicone di lapis copiativo. Bagnando la punta con la saliva, su di un braccio della bianca croce, scrissi:

 

                      Amarti è stata una gioia

                      scordarti impossibile.

                                        Addio G.M.