A CALCINCULO

 

CAPITOLO  IV

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Gli immigrati albanesi portarono il culto praticato dai Maroniti.

Ecco perché noi festeggiamo l’Esaltazione della Croce, (asseriva tata Ronzo), perché siamo, senz’ombra di dubbio, i discendenti di quei immigrati albanesi. Infatti, il nostro paese è l’unico dell’intera provincia jonica che, nella scelta del patrono, non lo ha individuato né fra i santi, né fra le coordinate del culto mariano. L’Esaltazione della Croce è praticata soltanto dai Maroniti che sono gli appartenenti alla comunità cristiana di rito antiocheno, fondata da San Marone nel quinto secolo.

La devozione all’Esaltazione della Croce ha dovuto fare i conti in quegli anni con la concorrenza di un culto, quello per San Giovanni Battista, al quale era stata dedicata la chiesa Matrice.

Le scelte patronali hanno sempre fatto il conto, soprattutto in terre feudali come la nostra, con il carico di culti particolari, spesso personali, delle famiglie titolari dei diritti sul territorio. Ma… come dice un vecchio proverbio, l’ultima parola spetta al Signore: e così fu.

Il figlio del barone Ungaro, colpito da una gravissima malattia, il 14 settembre, al baronetto gli venne il desiderio di assistere alla processione. Il padre, anche se contrario all’Esaltazione della Croce, lui affermava che la chiesa era sua, il paese era suo, pertanto aveva deciso che il patrono era San Giovanni Battista, acconsentì e il baronetto fu portato in barella davanti a quella reliquia e subito avvertì un miglioramento e nel giro di poco tempo guarì del tutto.

Ritenuto suo figlio un miracolato, il barone cambiò idea stabilendo dunque di fare della reliquia il patrono del paese.

Fu così che la forza del culto dell’Esaltazione della Croce, corroborato come si usava allora da qualche miracoloso evento locale, indusse papa Innocente XI a riconoscere, con una bolla del 24 luglio 1682, il Santissimo Crocefisso protettore di Monteiasi».

«Da quello che avete raccontato mi pare di capire che il nostro paese non è antico come i paesi limitrofi», chiese Ciccio Faifai, nomignolo appioppatogli perché, fin da piccolo, ogni volta che gli si chiedeva: «Cos’hai mangiato oggi?», lui rispondeva sempre la stessa cosa:

 « Fai! », (1), da qui, il soprannome (Faifai)

«Hai capito bene! Il nostro è un paese nuovo, moderno. Ti basta guardare la struttura urbanistica di Grottaglie che è sorta arrampicata su di un colle, le case sembrano costruite una su l’altra a tre, quattro piani divise tra loro da una ragnatela di vicoli. Struttura utile alla difesa dai continui assalti dei pirati. Il nostro paese invece, è stato costruito con criteri moderni; strade e marciapiedi larghissimi. Le case non più alte di un piano, e tutte a lamia, (2), a Grottaglie chiamato (ieffu) (3). Neanche il campanile della chiesa supera una certa altezza. Questo aveva uno scopo ben preciso: continuare a tenere nascosta l’esistenza del nuovo centro agricolo sorto nel verde mare degli ulivi che lo celano alla vista degli estranei».

I racconti di tata Ronzo, non si limitavano solo al piccolo paesino di Monteiasi, ma si allarga alla regione e a tutto il meridione, dalle lotte garibaldine fino ai giorni nostri.

La vera storia tramandata verbalmente da generazione in generazione, non quella riportata sui libri di scuola.

Sappiamo che la storia la scrive il vincitore e i piemontesi che, in effetti, in Meridione, non hanno vinto proprio niente, però hanno scritto la storia da vincitori.

Il mercenario Garibaldi aveva fatto credere, ai meridionali, di combattere per instaurare una repubblica. A vittoria avvenuta, ci ha venduto al piemontese che ci ha invaso come conquistatore. 

Tata Ronzo, quando racconta questi particolari lo fa a denti stretti masticando il mezzo toscano che tiene sempre in bocca.

 

( 1 – fave

( 2 – soffitto, terrazza

( 3 – terrazza

 

Saputo com’è stata riportata sui libri di scuola la storia dell’unione d’Italia e i problemi del Meridione, mi ha preso un tale scifo che ho odiato Garibaldi e tutta la stirpe dei Savoia e come avete potuto costatare, votando il referendum, gl’italiani allu re, lannu  mannato a fanculo)». (Non credo occorra traduzione)

Tata Ronzo, con l’immancabile mezzo toscano in bocca, era seduto di fronte alla moglie, dando le spalle alla strada. Sbuffando fumo, in silenzio, la guardava sferruzzare.

La donna, nel vedermi arrivare, rivolta al marito, disse a bassa voce, non proprio tanto bassa da non farmi sentire:

« Tè!  Arriva Casanova!».

Incuriosito, tata Ronzo si voltò. Riconosciutomi mi accolse, come suo solito, festosamente mostrando però un malizioso sorrisetto:

« Ben venuto giovanotto! Beato chi si può vedere! Dove sei stato tutto il giorno? Hai visto Dino?».

Non risposi subito; dopo aver pronunciato un veloce saluto, mi recai veloce suso u zrulo (1), dell’acqua che era li vicino.

Essendo il collo del recipiente molto stretto, l’acqua sgorgava lentamente. Portatolo alla bocca l’ho dovuto tenere a lungo prima di potermi dissetare del tutto.

Il vecchio mi guardava divertito. Sghignazzando come un diavoletto e   sbuffando fumo dalla bocca e dalle narici, disse rivolto alla moglie:

« Lo sai vecchia, che le rosse sono di fuoco? Solo a toccarle t’incendiano!».

«Che cosa vai bofonchiando? Cosa vuoi che ne sappi io di come sono fatte le rosse e di cosa fanno a chi le tocca!».            

« Ah, non lo hai mai sentito dire? Allora, guarda Gino e ti rendi conto che quello che si dice sulle rosse è vero! Guarda quanta acqua gli occorre per spegnere il fuoco che lo brucia?».

Senza abbandonare il tono scherzoso, aggiunse:

 

( 1 –  recipiente di terra cotta a collo stretto, mantiene fresca l’acqua

 

 

« Però… Ripensandoci, ricordo bene che, rosse o non rosse, dopo…, oltre alla sete, ti prende anche una  fame da lupi. Anche se è passato tanto tempo, questo, almeno, te lo ricordi,  vecchia? Ti ricordi che fame ci prendeva a tutt’e due dopo che…?».

« Che cosa vai cianciando vecchio sporcaccione! Stai zitto che e meglio!», lo ammonì la pudica Brigida.

«Ah, non te lo ricordi? Chiedi a Gino se ha fame e sentirai cosa ti risponde!».

« A lui non chiedo proprio niente!», rispose acida la donna.

A quelle parole, di colpo smisi di bere. Non avevo mai sentito mamma Brigida parlare con quel tono nei miei confronti, Guardai interrogativamente l’anziana donna. Anche il marito rimase sorpreso perché gli chiese spiegazioni:

«Uuè Brì! Che cacchio ti prende? Perché usi questo tono con il ragazzo? Ti ha forse fatto una sgarberia?».

«Hai anche il coraggio di chiederlo se mi abbia fatto una sgarberia? A me sola? La sgarberia l’ha fatto a tutto il paese! Tutti ne parlano! Ha deluso l’intera comunità! Non hai sentito cosa dice la gente di lui e di… quelle sue amicizie? Senza contare la pessima figura che ha fatto in chiesa! Mamma mia! Non ci voglio neanche pensare! Ce azione, ce azione!».

«E tu, te la prendi tanto per quello che dicono quelle quattro cernie invidiose e pettegole delle tue comari?».

« E no! In chiesa ci stavo pure io! Ho visto con questi occhi come si pavoneggiava a fianco di quello sconcio della sua amica. Entrare in chiesa con tutta quella roba in mostra! Ce azione, ce azione!».

« Si può sapere di quali azioni parli? E qual’ è il peccato che ha commesso?».

« Tu poi… Devi solo stare zitto! Vecchio porco che non sei altro! Anche nella casa del Signore hai osato formulare pensieri impuri! Credi che non ho visto la bramosia nei tuoi occhi?».

 

 

Senza cambiare il suo tono scherzoso, lu tata, (1), ribatté ancora su quanto affermava la moglie:

« Intanto devo farti notare quanto sei esagerata; come hai potuto vedere la bramosia “nei miei occhi” se di occhi ne ho uno solo?».

Tata Ronzo vede da un occhio solo, il destro, l’altro, lo ha perso in guerra (la 15/18).

In paese era conosciuto come “Ronzo uecchio d’ vitro”, (1).  Lo volle ricordare alla moglie:

«Si, è vero che ho guardato con piacere quel fiore di vagnedda, (2), ma… l’ho potuto fare solo con un occhio!».

Testarda, la moglie, non si diede per vinta:

« No, no! Preso com’eri, non ti sei reso conto, ma tu la guardavi anche con l’occhio cecato!».        

A quella spiritosa trovata, i due vecchietti scoppiarono a ridere divertiti.

Io, umiliato di quanto detto dalla donna nei miei confronti. Rimasi in silenzio. Finito di dissetarmi, rivolto all’anziana, dissi serio:

« Mamma Brigida, vi chiedo scusa se il mio comportamento vi ha recato dispiacere. Non preoccupatevi. Da questo momento vi prego di non curvi più di me! Grazie dell’acqua, buonasera!».

Detto questo, Mi avviai in direzione della piazza. Dopo alcuni secondi di perplessità, la vecchietta, buttato via ferri e calze, con sorprendente agilità, con uno scatto da centometrista mi raggiunse  bloccandomi. Afferrandomi per le spalle mi sgridò:

«Ma dico! Cosa ti prende? Non mi dirai che ti sei offeso per quello che ho detto, vero?».

«Vedete mamma Brigida; il Vostro discorso mi ha fatto capire che ancora non conosco molto bene le vostre usanze! Una cosa però l’ho capita! Per fare amicizia con gente non di qui, occorre stare attenti e accertarsi prima che sia gradita all’intera comunità! Non è  cosi?».

 

(1 – occhio di vetro

(2 - ragazza

 

 

«Ma, cosa vai dicendo! Non ti sei accorto che scherzavo? Tra noi lo abbiamo sempre fatto! Come mai stasera non l’accetti?». Poi, con fare malizioso, aggiunse:

«Vuoi vedere che sei innamorato? Ma certo! È l’amore che ti fa diventare suscettibile!».

Senza darmi il tempo di rispondere, presomi sottobraccio mi guidò affettuosamente fino alla porta invitandomi a sedere sul gradino di casa accanto a lei. Ricominciando a sferruzzare aggiunse:

«Guarda, ultimato questo tallone, vado a preparare la cena; se è vero quello che ha detto il vecchio porcellone, devi avere una gran fame!».

Accompagnò le ultime parole con uno sguardo malizioso. Era la prima volta che vedeva il baldanzoso Gino, in serio imbarazzo e questo, pare, la divertisse molto. I due anziani avevano ragione. Ero seriamente imbarazzato. Dispiaciuto che scherzavano sui miei sentimenti.

In quel momento arrivò Dino; ragazzo snello, slanciato, capelli nerissimi tenuti corti e ricci, pettinati all’indietro, carnagione scura, viso simpatico dal sorriso aperto che metteva in mostra il canino sinistro sovrapposto. Era forte quanto un uomo, i muscoli li aveva fatti zappando le vigne.

Ci eravamo conosciuti l’anno prima durante la vendemmia. Mi aiutò moltissimo. Diventammo talmente amici da non chiamarci più con il nome ma soltanto “fratè”. Ci volevamo bene come fratelli.

Salutandomi festosamente mi venne vicino cominciando a canzonarmi:

« Ciao brutto lazzarone di un egoista! E’ così che tratti tuo fratello?  Incontrandolo fai finta di non vederlo?».

«Veramente è da ieri sera che non ti vedo e se è vero che ci siamo incrociati hai fatto male a non chiamarmi! Io non ti ho visto!».

Sedutosi sul gradino al mio fianco, parlando sottovoce, cominciò a darmi di gomito mentre mi chiedeva con morbosa curiosità: 

«Ti capisco! Il rosso splendore che avevi stretto accanto, ti abbagliava la vista! Lasciamo perdere! Dimmi piuttosto com’è andata? L’hai baciata solamente o… sei andato oltre?».

C’eravamo sempre confidati tutto. Fino a quella sera fra noi non vi erano stati segreti. Ci raccontavamo perfino le scoperte e le sensazioni provate attraverso le piccole esperienze che facevano con le nostre “compagne”.

 La curiosità di Dino era lecita ma… questa volta non avevo voglia di confidarmi, di raccontare. Per questo motivo ebbi una brusca reazione.

«Insomma! Smettila di rompere!».

Il mio tono duro ed irritato fece capire che non scherzavo. Meravigliato, Dino chiese preoccupato:

«Ne fratè! Come mai reagisci in questo modo? Cosa ti  succede?».

«Cosa mi succede???  Per essere andato a messa in compagnia dei giostrai, a quanto pare, ho commesso un grave delitto!».

« Chi ti ha detto sta fregnaccia?».

A quel punto la vecchia Brigida, visto come si mettevano  le cose,pensò d’intervenire.

«E con questo ultimo punto, ho finito», alzandosi, aggiunse:

«Vado a preparare la cena! Ragazzi, volete che vi scaldi le chiancaredde (1), che sono avanzate oggi,  o preferite che vi preparo un brodino?».

«Un brodino??? Non siamo mica ammalati!», rispondemmo in coro io e Dino con fare schifato.

«A ma!!! Scarfa li chiancaredde! P’ favuri, (2), li chiancardde!».    

Allontanatasi la madre, Dino riprese l’argomento:

«Scusami per prima; non volevo offenderti. Il fatto di averci raccontato sempre tutto sulle ragazze, non mi ha fatto riflettere che questa volta si tratta di una cosa seria! Sei innamorato  vero?».

 

(1 – orecchiette

(2 – riscalda le orecchiette per favore

(3 - ragazzo

«Innamorato? Io innamorato? Fratello mio, anche tu sei come tutti in paese! Vi basta vedere un ragazzo in compagnia di una ragazza che subito li considera fidanzati!».

«Ne vagnò! (3) Sono parecchi anni che vivi in questa comunità e conosci le nostre usanze! Non vedo il motivo perché ti scandalizzi tanto?».

Davanti a questi argomenti mi sentii a disagio. L’amico aveva ragione! Mi stavo comportando da stupido. È vero che per Carmen sento qualcosa ma forse è dovuto a quello che era successo nel pomeriggio.

 Quello che abbiamo fatto, per entrambi, è stato la prima volta ed è stato talmente forte e sublime da scatenare,  dentro di noi, dolci sentimenti e forti emozioni. Forse sono queste sensazioni che  mi legano a quella creatura. Sento di volergli immensamente bene ma…, di questo, non voglio parlarne con nessuno. Sentirmi felice è talmente bello, talmente grande e sublime  da farmi sentire geloso dei miei stessi sentimenti. L’intimità avuta con Carmen e i sentimenti che nutro per lei, sono solo cosa mia. Raccontarlo ad altri, è come cederne una parte. Sento di desiderare la segretezza. Quello che mi ha concesso Carmen è una cosa celestiale e d’è solo mia e sua. È stato talmente grande, talmente bello che diventa ancora più delizioso tenuto nascosto dentro di noi».

La mia paura è causata anche dal non conoscere la vera natura di questa misteriosa attrazione. Per questo intendo chiedere aiuto alla saggezza di tata Ronzo.

Iniziai il discorso prendendolo molto alla larga:

«Tata, lo spiegate Voi? Si fa amicizia con una ragazza solo se si è innamorati? Non si può avere un’amicizia femminile disinteressata? Averla per simpatia ad esempio! Potete spiegarci cos’è l’amore e come si distingue dalla simpatia?».

Il vecchio, per alcuni attimi, rimase a riflettere in silenzio. Poi, con voce calma, rispose con fare serio.

 

 

«Le tue domande mi mettono in serio imbarazzo! Da giovane non ho fatto molta esperienza sull’argomento, anche perché non ho avuto il tempo. Giovanissimo fui costretto ad indossare il grigioverde e partire per la guerra e…, quando tornai,  il mio aspetto fisico era talmente cambiato da non permettermi di avere molte amicizie femminili. Però, posso assicurarvi che “l’amore è una dolce epidemia che non risparmia nessuno”. Quando sarete colpiti, non occorrerà la diagnosi di un vecchio come me per dirvi di cosa soffrite, lo riconoscerete da soli.  E qui rispondo a te Gino, stai attento a non scambiare la grave influenza dal semplice raffreddore! Il tuo può essere benissimo un raffreddore estivo. Sono i più difficili a curarsi! Stai molto attento!».

«Oh Dio tata, come siete complicato! Mi avete maggiormente confuso le idee! Io Vi chiedo cos’è l’amore e Voi mi parlate di malanni e raffreddori. Nel mio caso, cosa si fa? Si ricorre all’aspirina?».

Ridemmo tutti e tre divertiti della mia spiritosa uscita.

«Ha…! Ora riconosco il fratello Gino, sempre allegro, spiritoso e pronto con le battute!».

Rivolto poi al vecchio genitore chiese:

«Diciamo che Gino è attratto solo da un’affettuosa amicizia; dall’amicizia, si può passare all’amore?»

«Ma certo ragazzi! Il più delle volte l’amore si manifesta proprio sotto forma d’amicizia. Due si conoscono, se la simpatia è reciproca, diventano amici, col tempo, quest’amicizia, può benissimo tramutarsi in amore. In fondo l’amore cos’è? E’ una profonda amicizia. È quello che è successo tra me e Brigida. Eravamo vicini di casa. Fin da piccoli siamo stati sempre amici e compagni di giochi. L’amicizia continuò anche dopo tornato dalla guerra con il viso mezzo deturpato. Durante la vendemmia del 1919. Una vendemmia rimasta memorabile nella storia per la sua alta qualità! E’ rimasta indimenticabile anche tra me e Brigida perché, quell’anno, demmo inizio a un nuovo gioco. Lì, tra i filari

 

di viti, approfondimmo la nostra amicizia scoprendo che ci amavamo e, forse per questo quel vino divenne famoso».

« Io per Carmen, sento una grand’attrazione e mi piace starle vicino».

«Ti credo bene…?», risposero in coro padre e figlio. Poi, l’anziano aggiunse:

« Sarebbe preoccupante se avessi affermato il contrario!».

Dino, prendendomi sottobraccio, sussurrando piano, mi chiese:

«Dai fratè! Ora puoi raccontarmi com’è andata!

Dove siete stati, cosa avete fatto? Racconta!».

Ancora una volta l’insistenza delle sue domande mi disturbò. Scoprii d’essere geloso della mia intimità e di non aver voglia di parlarne con nessuno neanche col mio migliore amico, per questo rimasi sul vago.

« Non abbiamo fatto nulla di speciale! Stamani sono uscito con lei e i suoi fratelli. Abbiamo prima passeggiato lungo il Corso. Poi siamo stati a messa e infine al bar per un gelato».

« E poi?», insistette.

« E poi e poi! E poi…Niente!».

Il vecchio tata, seduto in bilico sulle gambe posteriori della sedia, con le spalle appoggiate al muro e le braccia incrociate sul petto, sigaro spento in bocca, il nero e vecchio cappello calato sugli occhi, sembrava essersi appisolato. In seguito alla mia risposta, da sotto il cappello cominciò a sghignazzare maliziosamente come un folletto che la sapeva lunga. Sollevatolo sulla fronte, si accese la cicca di toscano che reggeva fra le labbra. Sbuffando fumo disse:

« Bravo! Bravo Gino! Ammiro la tua riservatezza! Sei un vero cavaliere che rispetta l’onore della dama! E tu, smettila di rompergli le palle e impara da lui ad essere discreto e riservato. Difficile trovare queste doti in un uomo figuriamoci in un ragazzo della vostra età!»

 

Non capii di preciso cosa volesse dire il vecchio. Dal ghigno che mostrava voleva far intendere che lui sapeva tutto. Innervosito da questo suo atteggiamento gli chiesi sfidandolo:

« Tata; con tutto sto discorso, cosa volete insinuare?  Che con la ragazza ho fatto cose che non voglio dire ma che voi sapete che io ho fatto?».

«Ho solo espresso un mio pensiero!».

«Ormai vi conosco bene tata mio! Quando  assumete quel tono da vecchio volpone, è perché Volete far credere che sapete molte cose, anche quelle inesistenti! Non è così?».

« E no! Caro il mio Rodolfo Valentino. Non sfidarmi giovanotto! Se ho detto quello che ho detto è perché… io so!».

« Ma cosa volete sapere…! Se è vero quello che dite, perché non accontentate la morbosa curiosità di vostro figlio?».

Forse toccato sull’amor proprio il vecchio, con l’espressione di chi vuol dire: l’hai voluto tu! Rispose:

« Adesso non esageriamo! Io posso dirti solo che un uccellino mi ha sussurrato all’orecchio che una certa creatura con una gran chioma rosso-rame, è stata vista entrare, quando il sole picchia  forte, in una certa casetta che si trova tra  ficodindia e ulivi,  uscendo quasi con la frescura della sera.

Tu cosa dici? E’ entrata in quella casetta per ripararsi dal sole o per un  incontro amoroso?».

« Cosa, cosa, cosa? Carmen è venuta a casa tua?», chiese sbalordito Dino.

«Porca puttana zozza!», sbuffai innervosito e aggiunsi:

 «E’ proprio vero quello che si dice! In questo paese non si può fare nu pipito (sorvolo la traduzione), che subito, tutti, lo vengono a sapere!».

La voce di mamma Brigida mi salvò dal grave imbarazzo.

« Uomini, venite! La cena e pronta!».

In casa Gerunda si praticava ancora la vecchia usanza di servire il pranzo in un unico grande piatto, (piatto reale), collegato al centro

 

del tavolo. I commensali, seduti tutti intorno, muniti di cucchiaio o forchetta, secondo della pietanza, si mangia prendendo il cibo, forchettata dopo forchettata, dal piatto reale tenendo, sotto la forchetta, una fetta di pane come, salvagocce.

Le orecchiette erano state servite fumanti. Nel grande piatto la montagna di chiancaredde aveva rivoli di sugo di pomodoro che scendeva lungo i fianchi fino alla base mentre, la cima, era imbiancata da un’abbondante nevicata di casoricotta. (1),

Spazzato via le chiancaredde, mamma Brigida portò in tavola un gran piatto di piccole polpettine di carne di cavallo.

Seguirono figghiunguli di sazizza di cavaddu, (1), alle braci e alcuni “gnummarieddi”, (2), Infine, fu servito del piccante formaggio pecorino. Il tutto annaffiato da, un corposo e aromatico rosso 18 gradi, che tata Ronzo, per l’occasione, aveva prelevato dalla sua riserva personale.

Dopo cena, soddisfatto, il vecchio tata, si accese l’immancabile mezzo toscano. Con lo stesso zolfanello accese anche la mia sigaretta.       

« Vagnò! Sai che sei troppo giovane per fumare?».

« Si tata, lo so! Me lo dite ogni volta che mi vedete con la sigaretta!».

« E allora? perché continui a fumare?».

« Ma dai tata! La vita non mi dà quasi niente, lasciatemi almeno sognare attraverso nuvole di fumo».

Non avevo ancora 10 anni quando iniziai a fumare sigarette tedesche che barattavo con uova o vino  con i militari. Sigarette che poi barattavo con i contadini in cambio di uova e vino.

Si era nel ’41. Nel 43 arrivarono gli alleati. Cambiarono le marche di sigarette, si aggiunsero altri generi come: biscotti, cioccolato, caffè, chewing-gum ecc., ma il giro del baratto rimase uguale.  

Dopo l’abbondante cena, la famiglia Gerunda decise di andare a fare quattro passi.

 

( 1 -  cacioricotta, latte di pecora o capra rappreso e salato.

 

Giunti in piazza, Dino, rivolto al padre gli propose:

« Senti tata! Se mi date quaranta lire, offro a tutti un cono a limone!».

Immersi tra la folla, i quattro, con il gelato in mano, erano rapiti dalle note musicali e dal bel canto della drammatica Opera: “La Cavalleria Rusticana”.

In quel momento, l’interprete di Compare Turiddo, stava cantando:

« Mamma! Quel vino generoso,/ quanti bicchieri, ne ho tracannato; vado fuori all’aperto!» ecc. ecc.

 

Tata Ronzo e mamma Brigida, accompagnavano il tenore, canticchiando sottovoce.

Giunti al punto tragico dell’Opera, baritono e tenore, attaccarono l’aria del duello al coltello che si svolgeva tra i fichidindia.

In quel momento mi sentì tirare per un braccio. Era Pepito che, con un’espressione strana sul volto, mi disse con voce concitata:

« E’ da tanto che ti cerco! Papà vuole parlarti, vieni subito!».

Senza aggiungere altro, il ragazzino scomparve tra la folla.

Sarà stato l’atmosfera creata dall’Opera o sarà stato il senso di colpa che mi rodeva dentro, fatto è che fui colto dal panico per quell’invito.

Dino s’impressionò nel vedere il pallore apparso sul mio viso, preoccupato chiese:

«Fratè, che hai? Ti senti male? Hai esagerato con il vino del tata vero?».

«Macché vino e vino! Magari fosse colpa del vino! Basterebbe mettere due dita in gola per ritornare a star bene! Invece, si tratta di Felix. Mi ha mandato a dire che vuol vedermi subito!».

 

( 1 -  spicchi di salciccia di cavallo

( 2 – i già descritti involtini di frattaglie

 

« Va bhè! Dov’è il problema?».

« Appunto!», affermai dando un lungo respiro. « Io non ci vado ed elimino il problema! Ti pare?».

« Senti fratè! E’ vero che Carmen è venuta in casa tua ?».

« Si, è vero!».

« E fra voi… è successo…?».

« Anche se fosse? Io da quello non ci vado!».

«E’ no, fratello mio! Qualunque cosa tu hai fatto con la ragazza, dal padre che ti chiama, ci devi andare!  Anche solo per sentire cos’ha da dirti».

«Ma, dico! Sei impazzito?».

«Guarda che legalmente non può farti niente. E’ stata lei a venire da te, quindi, è consenziente. Inoltre, è più grande di te. Quanti anni hai detto che ha, 17, tu non ne hai ancora 15! Dì a Felix che si attacchi al tram! Ascoltami! Affronta subito la situazione dimostrando che non hai nulla da temere. Quella gente apprezza il coraggio, se tu eviti di affrontarlo gli rechi grave offesa. Quello appartiene alla razza degli zingari e tu sai che non scherzano.  Le offese come questa, loro, le lavano col sangue, proprio come ha fatto Compare Alfio a Turiddo».

Quell’accostamento alla tragedia dell’opera, mi procurò un brivido gelido che mi percorse la spina dorsale. M’immaginai il robusto e atletico Felix, con pugno il suo lungo e affilato coltello a serramanico che viene verso di me con un satanico ghigno sulle labbra mentre mi vibra un terribile fendente al petto.

Proprio in quell’istante, la mano di Dino mi toccò il petto con l’intenzione di scuotermi e chiedermi se lo stessi ascoltando. A quel contatto diedi un urlo di terrore da spaventare Gino che, dando un balzo all’indietro, chiese impaurito:

« Ehi!  Cosa  ti prende?».

« Porca puttana! La vuoi smettere di terrorizzarmi? Guarda che cazzo di fratello sono andato a trovarmi! Un vero sadico che gode a vedermi morire di paura!».

«Parli sul  serio? Guarda che sto cercando d’aiutarti!».

«Alla faccia dell’aiuto che mi dai! Mi dici di affrontare Felix armato di coltello! E’ questo lo chiami aiuto?».

«Ma quale coltello?Tu vaneggi! Non fare il fifone e vai da Felix! Da, muoviti, ti accompagno!».

Rivoltosi ai genitori:

«Ah ma, rimanete qui! Noi abbiamo ad un appuntamento!», poi, scherzosamente, intonò, piano, il canto:

«Mamma! Quel vino generoso, quanti bicchieri».

Tirandolo per un braccio lo interruppi bruscamente mandandolo a fanculo tra i denti. 

Stretti a braccetto, fendendo la folla, raggiungemmo le giostre.

Felix, con la  fronte e la canottiera madida di   sudore sembrava sfinito.

Nel vederci apparire ci corse incontro sorridente e ringraziandoci.

«Grazie Gino, grazie di essere venuto. Non ce la faccio più! Sono esausto! Cosa ne dici, mi daresti un aiuto?».

Scambiando un’occhiata con Dino, scoppiammo a ridere come matti per l’inutile paura provata. Il povero Felix, equivocando il motivo della nostra ilarità, cercò di scusarsi:

«Capisco di chiedervi troppo! Siamo al culmine della festa e voi, certamente, avete ben altro da fare. Scusatemi come non detto! Riconosco che la mia proposta fa proprio ridere! Non pensiamoci più e amici come prima!».

«Ma no Felix! hai capito male! Non ridevamo per quello che ci hai chiesto,  ma per un fatto che ci è successo!».

« Davvero?».

« Ma certo!», aggiunse Dino continuando a mentire:

«Vedi, la   settimana   scorsa, abbiamo conosciuto due ragazze di un paese   vicino. Due racchiette, due vere cozze che, per quel giorno in campagna, andavano anche bene.  Parlando della festa del nostro   paese, scherzando, le invitammo e quelle, non sono venute per davvero! Non sapevamo proprio come fare per scaricarle ed ecco che tu ci hai dato l’occasione buona!».

« Ah è così e? Siete una bella coppia di volponi! Ma sì! Viva la gioventù!», Aggiunse allegro.

« Allora Felix, cosa dobbiamo fare?».

«Dovete continuare a mandare avanti la giostra!  Gino sa come fare. Mi raccomando… quando c’è calca come adesso, la durata del giro non più di cinque minuti. Man mano che sciamano, aumentate il tempo di durata del giro!».

La baracchetta del tiro a segno era presa d’assalto. Salito sulla pedana della giostra vidi Carmen con un sorriso stanco su di un viso accaldato, stava caricando una carabina quando, alzando lo sguardo sulla giostra incontrò il mio. Per un attimo rimase immobile con la canna della carabina piegata in due; il suo pensiero, certamente, volò via in una casetta tra i fichidindia. Il suo volto cambiò espressione, il sorriso gli ritornò fresco e giulivo. Alzò il braccio salutandomi con la mano con una espressione  felice sul viso.

Dino, assistendo alla scena, mormorò piano:

« Biatu u frate miu! C’è piezze d ’piccione sa ggustatu!».

A mezzanotte ci furono i fuochi d’artificio sparati in un campo davanti il cimitero che distava circa 200 metri dal piazzale del mulino.

Con l’avvicinarsi dell’ora, la gente cominciò a fluire numerosa al punto di essere costretti a chiudere l’attività delle attrazioni.

Chiuso il recinto della giostra, noi ragazzi salimmo sul tetto del carrozzone da dove potevamo ammirare lo spettacolo pirotecnico avendo una visione magnifica. Carmen venne a sedersi al mio fianco, eravamo alle spalle degli altri. Tenendoci stretti cominciammo a scambiarci  carezze e baci furtivi.

Alla fine dello spettacolo ci riunimmo tutti sotto la tenda-veranda.

Mentre noi ci godevamo lo spettacolo pirotecnico, Felix aveva cucinato “bucatini aglio e olio con alici e peperoncino” . Un appetitoso piatto da gustare volentieri in qualunque ora del giorno e della notte.

La Signora Lata mangiò rimanendo stesa su di uno sdraio. La poverina soffriva d’attacchi di malaria che la coglievano all’improvviso. Quel giorno ne aveva subito uno. Superata la crisi, grazie al chinino, La signora si era ripresa abbastanza bene, tanto da prendere attivamente parte alla cena.