A
CALCINCULO
CAPITOLO V
Benché lora tardi, la combriccola, rimase parecchio tempo ancora a chiacchierare davanti ad un orcio di vino che andava sempre più svuotandosi mettendo allegria e buonumore in tutti.
Accendendomi la sigaretta, la Signora Lata mi apostrofò:
« Sei troppo giovane, perché fumi? Da
quando lo fai?»
« Vedi Lata, io sono il più piccolo
di casa, dove abitavamo, eravamo otto famiglie divise in due
palazzine, si era lontani dalla città, anche di tutti i figli di
queste otto famiglie, io ero il più piccolo. Per essere
accettato nel gruppo, dovevo fare quello che facevano gli altri,
vale a dire; gli stessi giochi, adottare lo stesso linguaggio e,
spesso, lottare con gli altri che avevano qualche anno più di me
per stabilire e, mantenere, il posto nella gerarchia del gruppo.
Grazie a mio fratello Ciro che era bravissimo nella lotta, mi
aiutò allenandomi così bene da farmi conquistare un discreto
livello nel gruppo. Oltre a questo, tutti fumavano e io ho
dovuto adeguarmi. Avevo sette anni e dallora non ho più
smesso».
« A sentirti parlare mi hai fatto
ricordare le mie origini; provengo da una stirpe di gitani e le
nostre usanze sono proprio come hai raccontato tu. Gli uomini,
fin da piccoli devono lottare per conquistarsi un grado nella
gerarchia del gruppo. E, a proposito dusanze, lo sai che se
dovevo rispettare le mie, ora io ti apparterrei?».
« Cosa, cosa, cosa?» chiesi in coro con Dino.
«Il giorno che siamo arrivati qua, tu,
coraggiosamente, a rischio della tua stessa incolumità, mi hai
salvato la vita!
In questi casi; è nostra usanza
donare la nostra esistenza al salvatore o ripagarlo donandogli,
se si ha una figlia giovane o donandogli dei beni come cavalli,
carri, ecc.».
Il mio sguardo incontrò quello di Carmen che mi sorrise.
Per un attimo un dubbio mi attraversò il cervello. Mi chiedevo se fosse stata Lata a mandare la figlia per ricompensarmi?
Se è vero che i gitani ci tengono a mantenere le loro tradizioni, tutto è possibile!
Dino, intanto, chiedeva a Felix:
« Anche tu sei uno zingaro?».
« No! Io ho sempre fatto questo
lavoro. Lo facevano i miei genitori e prima ancora, i miei nonni.
Con Lata ci siamo conosciuti alla grande fiera del toro a Bilbao
in Spagna».
«Perché, andate anche allestero?».
«Prima della guerra, dinverno,
andavamo spesso a lavorare in Spagna. Nel 1927 conobbi la gitana:
Maria, Immacolata, Concezione De Silva, la qui presente Lata!».
«Già! Avevo appena 14 anni e lui 16.
Secondo le nostre usanze appena
nata fui promessa al figlio di un Ras di unaltra tribù.
Quando con Felix scoprimmo damarci,
lunica cosa da fare era la fuga. Fu così che venimmo in
Italia. Per metterci in proprio abbiamo dovuto fare dei
debiti. I primi anni sono stati duri anche perché a 16 anni ho
avuto Carmen. In seguito, le cose sono migliorate di molto».
« Come voi stessi avete potuto costatare, il nostro è un lavoro duro ma rende bene», asserì Felix.
«La guerra è appena finita e la gente
ha voglia di divertirsi e noi gli procuriamo i mezzi per farlo.
Entro lanno cambio tutto! Sostituisco carri e cavalli con
due camion e una casa-rimorchio. I francesi ne fanno di
bellissime con camera da letto, cucina, e bagno: le chiamano
roulotte! La giostra a catenelle la sostituisco con
una pista di autoscontro. Gino se accetti di
venire con noi, formiamo una società. Se ti va puoi venire pure tu
Dino. Ti offro: vitto, alloggio e duemila lire a serata! Che ne
dici?»,( a zappare si prendeva 1.000 il giorno).
Le strade del paese erano deserte e
silenziose. Si sentiva solo la campana dellorologio della
piazza che, ogni quarto, batteva le ore.
I due amici, impegnati in una profonda discussione, continuavano ad andare avanti ed indietro da casa di Dino a quella di Gino.
Dopo un gran numero dandirivieni, Dino sbottò di brutto:
« Senti fratè, se andare o no con i
giostrai, devi deciderlo da solo! Non cercare di coinvolgermi e
convincermi di dirti fai bene ad andare perché io,
questo, non te lo dirò mai! Chiaro?».
« Vabbè, va bene! Ma dimmi; tu, al
mio posto, ci andresti?».
« Te lho detto e ripetuto! Non
puoi fare questi paragoni! Io ho una famiglia, una casa, la
terra da lavorare. Tutto quello che mi serve è qui, in questo
paesino e non ho intenzione di abbandonarlo. Amo questa terra,
amo la mia famiglia, i parenti, gli amici. In mezzo a loro vivo
felice, mi sento amato e protetto e certamente, anche la donna
che sposerò è qui da qualche parte!».
« Dici bene! Tu hai tutto, ma io? Non
sarebbe il caso di tentare la fortuna? Per avergli salvato la
moglie, Felix mi ha promesso che, se vado con loro, mi fa socio
al 40 per cento».
«Non hai capito proprio niente!
Seppure in minima parte, anche tu hai qualcosa in questo paesino.
Se non altro, hai trovato gente che ti vuole bene come ad un
figlio, come ad un fratello e hai tanti amici. Se questi, per te,
non contano niente, allora vai senza pensarci due volte, anche
perché, oltre al lavoro, potrai avere
come dice Totò?
Lavatura, stiratura e
pomiciatura gratis, oibò!».
« Dai fratè! Non scherzare su cose
così serie!».
«Fratè, stai un po zitto;
ascolta? I galli hanno preso a cantare, e guarda il cielo! Si sta
schiarendo e tra poco spunta il sole e tu mi hai già seccato le
palle! Fai quel cazzo che ti pare ma lasciami andare a dormire
almeno unora, prima però, dimmi con sincerità: vuoi
andare con i giostrai per il lavoro o
per la rossa?».
« Sinceramente hai detto? Bè
un
po per luno un po per laltra!».
« Ma porca puttana! Non mi dirai che
sei veramente innamorato di Carmen?».
«Anche se fosse? Cosa hai da dire
contro Carmen? Solo perché è una girovaga non vorrai asserire
che è una puttana?».
« Non ho detto questo! Oltre a vedersi
che è bella, sintuisce pure che è una ragazza seria! Non
critico neanche il lavoro che fa. Quello che mi preoccupa è la
differenza detà. Ha quattro anni più di te! Tu, vicino a
lei sembri ancora più ragazzino. E non mi riferisco solo alletà.
Lei ti sovrasta di un palmo. Visti insieme sembrate larticolo
il!».
«Quello dellaltezza non è un
problema! Devo ancora compiere lo sviluppo! In casa mia sono
tutti alti, vuoi che proprio io resti una mezza cartuccia?».
« E chi lo sa! Chi ritarda come te
può aspettarsi di tutto!».
« A fratè, quanto sei buono! Grazie,
mi stai dando tanto di quel coraggio che se avessi una pistola mi
sparerei un colpo in bocca per la gioia!».
«Lascia perdere la tua statura e dimmi
una buona volta cosa decidi?».
« Non lo so! Sono talmente confuso
mentre il desiderio di Carmen è tanto, tanto forte!».
Per alcuni minuti, Dino rimase in silenzio mentre pensava: non gli do tutti i torti! Una ragazza così può far girare la testa a chiunque uomo, figuriamoci ad un ragazzo della nostra età, anzi bisogna riconoscere che Gino sta lottando con le sue incertezze, i suoi dubbi. Fosse stato un altro, anche senza aver assaggiato il dolce, ma con la sola speranza che un giorno potrebbe riuscirci, lavrebbe seguita in capo al mondo. Gino è disperatamente in difficoltà e sento che mi chiede aiuto. Cosa posso fare?
Certamente Dino aveva assorbito parte della saggezza del padre per sentirsi responsabile verso lamico. Il suo cervello lavorava veloce alla ricerca di un appiglio, un motivo valido per far desistere lamico a fare una sciocchezza. Quando riprese a parlare, cercò di assumere un tono dipinto di malinconia e con un pizzico di risentimento disse:
«Che strano fratè! Fino a ieri
assicuravi che ti eri affezionato molto a questo paese, alla mia
famiglia, alla gente in generale, a me e ai nostri amici in
particolare. Affermavi che noi eravamo la tua nuova famiglia! Con
Maria Loprete poi
mi facesti na capa tanta quando la
conoscesti. Per mesi non hai fatto altro che parlare dei sui
occhioni neri, della sua bella carnagione di madreperla. Mi hai
fatto consumare un paio di scarpe a forza di passare e ripassare
sotto casa sua. E mò, è tutto finito? Non la ricordi più? E se
Maria, quando torna per le vacanze di Natale, mi chiede di te,
cosa gli rispondo? È partito con Carmen la giostrara!».
Guardai Dino senza capire cosa stava dicendo.
«A fratè! Ma che cazzo stai a dì? Se
ogni volta ti dirottavo per passare sotto casa di Maria, mi
ripetevi sempre la stessa solfa: Fratè, dicevi, anche se si
ferma a parlare con te, anche se ti sorride, non farti illusioni!
Tu guardi troppo in alto! Maria Loprete appartiene ad un altro
mondo dove tu non potrai mai entrare!».
«Hai ragione! Dicevo proprio così e
invece mi sbagliavo!
Quando con Michele accompagnammo Maria
alla corriera, lei non fece altro che parlare di te per tutto il
tempo. E Gino di qua e Gino di là. Come mai non è venuto? Tu
Michele, gli hai detto che partivo oggi? Salendo sulle
corriera ha gridato:
Mi raccomando salutatelo da parte
mia!».
«Come mai questi particolari me li
racconti solo adesso?».
«Per prudenza! Visto che non te lo ha
detto suo fratello ho pensato di tacere anchio. Se te lo
dico ora è perché hai dichiarato di amare Carmen. Stai anche
per lasciare il paese, dirtelo o non dirtelo, non fa
nessuna differenza!».
«Fratè, te lha detto mai nessuno che sei un gran figlio di p », svelto Dino mi bloccò la frase chiudendogli la bocca con una mano.
«Fermati in tempo fratè, altrimenti
mi costringi a romperti il muso!»
«Porca Eva, ora che mi hai detto
questo su Maria, cosa credi di aver fatto? Mi hai confuso
maggiormente le idee! Che cazzo devo fare?».
Seguii i giostrai. La baracchetta del tirassegno divenne la mia dimora. Spesso la notte, Carmen, veniva a tenermi compagnia.
Dinverno si lavora poco. Trascorrevamo gran parte delle giornate nel carrozzone seduti intorno al braciere a raccontare storie di vario tipo. Lata era bravissima a raccontarci della sua fanciullezza e della vita da gitana.
Giunse la primavera. La trascorremmo nella piazza di Lecce. Felix, concluse i suoi affare. Riuscì a vendere la vecchia giostra a catenelle, il ricavato gli servì a darlo come anticipo allacquisto di due camion, una roulotte e la pista dautoscontro.
Con la nuova attrezzatura iniziammo a frequentare le piazze di paesi sempre più lontani. Con larrivo dellestate giungemmo sulle spiagge romagnole.
Rimasi con loro per circa un anno, poi le cose cominciarono a complicarsi, a parte i soldi che in tutto quel tempo non avevo visto una lira. Felix continuava a promettermi che me li avrebbe dati tutti non appena finiva di pagare le cambiali cioè fra tre anni.
Da qualche tempo avevo cominciato a pensare continuamente a quanto mi aveva detto Dino la notte prima di partire. Stranamente i miei pensieri erano rivolti a Maria Loprete anche quando stavo con Carmen. Mi resi conto che la passione per la rossa Carmen andava, lentamente, ma continuamente affievolendosi. Al suo posto appariva lei: Maria!
Mi resi conto che quella vita non faceva per me. Mi convinsi che seguendo ancora quella strada non mi avrebbe condotto in nessun luogo. Allinizio dellestate, lasciai la carovana.
Ritornato in paese fui stupito dalla simpatia e affettuosa accoglienza ricevuta dagli amici. Mi sentii per davvero tornato a casa tra persone care.
In cuor mio sentii aumentare il legame che sentivo per loro, per quei luoghi, per le distese di grano indorato trapuntato da rossi papaveri che, al tramonto, si fondeva con il colore del sole. I mandorli a primavera assumevano laspetto di candide nuvole fra il verde degli ulivi o sfioravano il verde dei pampini delle viti. Lo scenario continua fino a raggiungere il turchese del Mar piccolo che si fonde con lazzurro del cielo.
La famiglia Gerunda mi ricevette come il ritorno del figlio prodigo. Mamma Brigida preparò una gran cena in mio onore divertendosi per tutta la serata, a punzecchiarmi alludendo a giostre e al colore rosso rame.
«Tira più un rosso pelo che una coppia di buoi», diceva tata Oronzo divertito.
Dino però mi deluse. Quando gli dissi che buona parte del merito del mio ritorno era dovuto a quello che mi aveva detto la sera prima di partire, riguardo a Maria, notai apparire sul suo volto unespressione dimbarazzo. Conoscendolo, ne chiesi il motivo.
Quasi balbettando per limbarazzo, mi confidò che quella notte non fu sincero.
Quello che aveva detto di Maria, non era vero. Lo aveva inventato lì per lì con la speranza di distogliermi da Carmen e dalla decisione di seguirla.
Rimasi molto male, mi ero illuso che quella creatura si era accorta di me, dei miei sentimenti e, invece che delusione! Accettai le scuse di Dino. Capii che lo aveva fatto per il mio bene e cercai di non pensarci più.
Avevo imparato ad amare la campagna.
Tornato a vivere in Contrada Carallo, nella mia casetta immersa nella natura tra alberi dulivi, fichidindia, fichi e mandorli.
Vivere li era come occupare la barcaccia, palco proscenio di un teatro che si affaccia direttamente sul palcoscenico da dove la natura mi parlava attraverso il romantico rumore della pioggia; attraverso i rami degli alberi che rubano musica al vento, attraverso il cinguettio degli uccelli, il frinire delle cicale, il
trillare dei grilli, il festoso squittio delle rondini.
Della natura ne avverto il respiro attraverso il profumo dei fiori; lodore del grano sullaia, lodore della terra bagnata dalla pioggia.
Ad ogni mutare di stagione, la natura cambia abito. Io li amo tutti: dal bianco camice dellinverno al leggero vestito vaporoso e policromo della primavera. Lestate però è quella che amo di più. Amo il caldo, amo il Sol Leone. Quel sole che, ad una certa ora del giorno, è capace di fermare il lavoro nei campi e costringere tutti a rifugiarsi nelle case. Capace di far diventare le strade del paese deserte come se fosse piena notte.
Ai suoi raggi tutto appare più pulito, più lucente. Le bianche case ti accecano con i loro riflessi.
In quelle ore, mi ritiro a riposare sotto il mio ulivo preferito. Disteso sulla fresca e tenera erbetta punteggiata da piccole e bianche margheritine prataiole, mi pareva di sentire lerba crescere. Mi addormentavo cullato dallassordante concerto delle cicale che, a quellora, alzavano il volume alla massima potenza. Il concerto si allarga con il frastuono dellallegro cinguettio di una moltitudine duccelli intorno ai pozzetti dacqua.
Destate, lelemento acqua, in Puglia, diventa prezioso a causa della sua scarsità. Lacquedotto la immette con il contagocce e i pozzi in quella stagione sono quasi tutti a secco.
Io, oltre a provvedere per i miei bisogni, mi preoccupo anche per i miei piccoli amici.
Il boschetto di ficodindia, accanto alla mia casetta sorge su un terreno coperto solo da un sottile strato di terra rossiccia e arsa. Qua e la, affiorano larghi lastroni di nuda roccia dove, scalpellando, ho creato tante piccole vaschette, prendendomi cura di riempirle dacqua fresca, tutti i giorni. Lacqua attira moltissime specie duccelli comprese le gazze ladre, cornacchie dal manto nero e dal petto bianco che popolano la Puglia e sono facili daddomesticare. Tutti gli anni ne prendevo, ancora piccoli, dal loro nido, una mezza dozzina crescendoli liberi come se
fossero pulcini di colombi.
Cresciuti, volavano via tornando sempre per dissetarsi, mangiare e dormire sugli alberi intorno alla casa dove poi nidificavano.
Allinizio dellestate 1946, un tardo pomeriggio, mi trovai a passare per Via Roma. Giunto nei pressi della Piazzetta La Croce, incontrai lamico Michele in compagnia della sorella. Vedendomi mi salutò festoso:
« Ciao Gino!».
« Uè ciao Michè!».
« Non vi presento perché vi conoscete
già! Ti ricordi chi è questa ragazza, vero?».
« Come faccio a dimenticarla dopo la
figuraccia che mi ha fatto fare con gli amici?».
«Ma dai! Non mi dirai che dopo più di un anno mi riserbi rancore?», disse lei con aria mortificata. Poi, sorridendo, mi allungò la mano chiedendomi:
« Facciamo la pace?».
Quel sorriso mi disarmò. Pur ricordando quello che mi disse Dino, ero felice dellamicizia che mi dimostrava Maria. Non aveva importanza se apparteneva o no ad un altro mondo. Io, intanto accetto la sua amicizia, riguardo allaltro sentimento vorrà dire che lamerò in segreto. Presi nella mia la sua piccola e delicata manina dalla pelle vellutata.
La strinsi appena per paura di fargli male, ripetendo con lei:
«Pace!».
«Pace!».
Ci avviammo insieme verso Piazza Immacolata.
Giunti sotto casa Loprete, ci sedemmo sui gradini continuando a chiacchierare. Ad un certo punto, Maria espresse un desiderio.
« Ragazzi sapete? Gusterei volentieri
un gelato a limone? Chi di voi fa un salto al bar?».
Guardai Michele interrogativamente.
Notato il nostro imbarazzo lei aggiunse:
« Non preoccupatevi! Offro io!».
«Ah, bè! Allora ci andiamo subito,
vero Gino?», disse Michele sorridendo.
In quel momento arrivò in bicicletta il professor Loprete.
Michele gli corse incontro festoso:
« Papà, papà! Mi lasci la bicicletta
per andare al bar a prendere un gelato per Maria?».
« E vuoi andare in bicicletta? Ma se
non sai andare!».
« Non preoccuparti papà! Mi porta
Gino!».
« Buonasera Professore!», salutai timidamente colto da grande imbarazzo. Maspettavo che mi chiedesse: «Tu chi sei? Cosa fai qui con i miei figli?», mi sbagliavo. Mi salutò con naturalezza.
« Ciao Gino! Come va?», quel tono confidenziale mi confuse. Non ci eravamo mai parlato prima, credevo che il Professore, non mi conoscesse nemmeno. Risposi imbarazzatissimo:
« Così e così!» non sapendo che altro dire aggiunsi:
«Oggi ha fatto molto caldo!».
«Davvero? Cosa vuoi farci caro Gino! A volte succede di questa stagione!», rispose ironicamente luomo guardando divertito lespressione della figlia. Poi aggiunse:
«Prendete pure la bici!»,
rivoltosi a me, aggiunse: «Mi raccomando! State attenti a non
farvi male! A proposito, li avete i soldi?».
«Si papà ce li ha dati Maria!».
Luomo si avviò lentamente su per le scale; giunto accanto alla figlia, gli passò, amorevolmente, una mano tra i capelli mentre gli chiedeva scherzosamente:
« E tu Signorina, cosa dici? Ha fatto
proprio tanto caldo oggi?».
« Papà! Gino non è uno stupido, e tu
non devi prenderlo in giro!
Lui è un ragazzo educato e tanto
sensibile! Se ti ha dato una risposta confusa è perché tu lo
hai imbarazzato!».
« Senti, senti! Mi dici cosa ho fatto
di male?».
«Lo hai salutato molto
confidenzialmente, cosa che lui certamente non si aspettava e per
questo lo hai confuso!».
« Ecco qua! Questo è quello che ci si
guadagna ad essere gentile con i giovani doggi!».
« Va là papà che ti conosco molto
bene. A te piace scherzare con i giovani e ti diverte metterli in
imbarazzo!».
« Si, è vero! Lo faccio per scafarli!
Ti assicuro però che questa volta ti sbagli! In casa, tra te e
Michele, ho tanto sentito parlare di questo Gino che mi pare di
averlo sempre conosciuto. A volte ho limpressione che è
addirittura uno di famiglia. Appena lho visto insieme a voi
lho riconosciuto e mi è venuto spontaneo scherzare con
lui»:
« Davvero?», rispose la ragazza con allegria e, subito aggiunse con voce accattivante:
«Papà, mi congedi il permesso di
uscire e frequentare il gruppo di amici di Michele? Vorrei anchio
cantare in chiesa!».
«Dimmi un po
questo Gino,
fa parte del gruppo vero?».
«Certo papà! Non lo hai mai visto nel
coro in chiesa?».
«Mi pare! Va bene, iscriviti pure al
Coro ma solo per andare in chiesa!».
«No papà! Se entro a far parte
del Coro devo frequentare anche gli amici come tutti gli
altri!».
«Eccola qui? E mai possibile che
a voi giovani non ci si può concedere un dito che approfittate
subito prendendovi anche il braccio?».
«Dai papà, non ti ho mai chiesto
nulla, sii buono con la tua piccina! E poi, nel gruppo, hai visto
quante ragazze ci sono? Inoltre cè anche Michele! Di
che hai paura?».
«Lo sai che stai diventando una bella
lazzaroncella? Dimmi; come mai questa bramosia di cantare in
chiesa e uscire con il gruppo se fino alla scorsa estate non ti
andava di uscire con nessuno se non fosse la tua piccola amica
Chiara?
Per caso, Gino
centra
qualcosa?».
« Cosa vuoi farci papà! Ogni anno è
un anno nuovo! Frse, la primavera della Pasqua scorsa mi ha
portato fortuna, mi ha veramente rinnovato facendomi scoprire
nuove emozioni!».
« Piccola, cosa cerchi di dirmi? Per
caso, vuoi annunciarmi che hai scoperto lamore?».
«Chi sa? Forse papà, forse! Per
scoprirlo ho bisogno di frequentare il gruppo! Dimmi che mi congedi
questo permesso?».
« E sia! Cercate però di non creare situazioni che danno motivo a male lingue. Mi raccomando!», rispose rassegnato il padre.
Raggiante di felicità scattò in piedi e, buttandogli le braccia al collo, la ragazza cominciò a coprire di baci il viso del genitore.
« Ehi, ehi! Smettila! Ci guardano
dalla strada! Cosa penseranno?».
Il professore, bravissima persona, rispettato da tutti. Oltre al soprannome (Salvatore Giacchetta) che vuol dire (Salvatore lelegante), in paese, lo chiamano anche (Salvatore u Bonsignore), (Salvatore un Signore buono).
Vero Signore danimo, fedele marito e padre affettuoso.
Riprese a salire le scale. Era contento mentre pensava:
«Ci vuole così poco a fare felice i ragazzi. Basta riconoscere le loro esigenze, rispettare la loro età dandogli la possibilità di vivere le meravigliose scoperte, le favolose esperienze, che sono poi quelle che formano lessere che ti accompagna per tutta la vita. E una gioia per un genitore, avere la loro fiducia e le loro confidenze. E come se ci trasmettessero le loro sensazioni, le loro meravigliose scoperte, facendoci partecipi della loro felicità, ci fanno rivivere la nostra passata gioventù. Ora Maria scopre linteresse verso un ragazzo. Io mi sono già informato sul suo conto. In paese parlano molto bene di lui e gli sono tutti affezionati. E certamente un bravo ragazzo. Forse Maria nè innamorata. Forse è solo infatuazione. Staremo a vedere cosa ne viene fuori».
CONTINUA...