A CALCINCULO

CAPITOLO  VI

Il ritardare del professore sulle scale, aveva seriamente messo in difficoltà Gino. Aspettava che padre e figlia entrassero in casa, lui poi, avrebbe trovato una scusa plausibile per convincere Michele ad andare a piedi. Si vergognava dirgli che non sapeva andare in bicicletta.

Ritornata a sedersi, la ragazza vide i due, ancora fermi a sceverare.

«Michele, ancora qua sei?» e aggiunse: «Gino, se Michele non vuol venire, me lo fai tu il piacere?»        .

« Perché non andiamo tutti e tre a piedi?» chiesi sperando che accettasse.

«Mi dispiace! Non sono vestita da venire  in piazza! Su, fate questa corsa in bici!».

Povero me! Non mi rimaneva molta scelta. Confesso la verità oppure…

Guardai con sfida la maledetta bicicletta. Scelsi “oppure”…! Inforcatala, dissi con decisione a Michele:

« Salta su!».

Impugnai con forza il manubrio; per un attimo mi parve essere un cowboy alle prese con un puro sangue da domare. Con il piede di sostegno che avevo puntellato sul marciapiede, mi diedi una spinta.

Miracolo!!! Il cavallo di ferro si dimostrò subito docile. Si muoveva senza fare bizze.

Meravigliato, senza perdere la calma, cominciai a ruotare i pedali. Il resto si rivelò facile. Dentro di me ero raggiante per la vittoria ottenuta. Avevo osato e aveva vinto evitando la figuraccia confessando che non ero mai andato in bicicletta.

Seduto tra i due fratelli, felice, mi gustavo il cono a limone. In cuor mio festeggiavo la prodezza appena compiuta. Per un attimo fui preso dalla tentazione di confidarlo alla ragazza.

Voltandomi dalla sua parte, la sorpresi con il gelato tenuto a mezz’aria mentre, immobile, mi fissava con un lieve e allegro sorriso sulle labbra.

 

Mi bloccai imbarazzato davanti a quel suo sguardo dolce.

Per togliermi d’imbarazzo, feci lo spiritoso, come spesso ricorrevo quando mi trovavo in simili situazioni.

« Uè, Marì! Embè? Cos’hai tanto da guardarmi con quella faccia?».

« Perché? Che faccia ho?».

« Hai l’espressione di chi ti vuol prendere per il cul…Scusa, volevo dire, per il naso!».

Maria scoppiò in un’allegra risata, mettendo in mostra due fila di bianchissimi denti ben curati.

Sempre scherzando mi rivolsi al fratello:

« Uè, Michè! Tua sorella è sempre così? Lo è o ci fa?», stando al gioco Michele rispose rincarando la dose:

« Lo è Gino! Lo è!».

« Ehi, dico, voi due! Smettetela di fare gli stupidoni! Per il solo fatto che rida, non si può affermare che sono una scema!».

« Per ridere ci vuole un motivo! Sei li che mi fissi e sogghigni senza nessun motivo, a meno ché… io non abbia la  faccia da far ridere?».

«Come sei suscettibile! Se proprio ci tieni a saperlo, il motivo che mi ha fatto ridere è stato causato nel vedere che hai seguito il mio consiglio!».

« Ho seguito il tuo consiglio? Di quale consiglio parli?».

« Non ricordi? E’ stato a Pasqua dell’anno scorso, quando ci siamo conosciuti!».

Istintivamente mi guardai i piedi. Indossavo i soliti sandali ma, non li avevo molto impolverati. Da quella volta, avevo preso l’abitudine di spolverarmi spesso con un fazzoletto, sandali e piedi,.  Ricordavo ancora la figuraccia fatta ma, ricordavo anche che, appena pochi minuti prima, ci eravamo dato la mano per cancellare ogni eventuale cattivo ricordo. Questa deve essere una di quelle raffinate ragazzine con la puzzetta sotto il naso. Il mio primo istinto sarebbe stato quello di alzarsi e andarmene ricordandogli che non gradivo essere lo zimbello di nessuno.

Se per farla ridere occorreva avere vicino un giullare, aveva scelto male la persona!

Sarò anche strano, ma se qualcuno, anche se simpatica o, addirittura amica,  mi manca di rispetto la mando a quel paese per direttissima.

Maria mi attraeva. Mi era piaciuta fin dal primo momento che l’aveva vista. Ero felice di  aver fatto la sua conoscenza. Questo mi trattenne, ma… se scopro che è una fizzusa; una di quelle che sanno di essere belle e ricche e che danno la loro amicizia a persone meno fortunate col solo scopo di divertirsi alle loro spalle, non ci avrei messo  molto a mandarla dritta, dritta a quel paese.

Ad ingannarmi fu solo quel breve atteggiamento sornione. Fortunatamente mi ripresi in tempo. Ricordandomi quello che mi disse Carmen, riconosco le persone guardandole negli occhi.

La guardai dritto negli occhi. Lei si lasciò scrutare fino in fondo. Pesai: « E’ impossibile che una creatura con uno sguardo dolce come questo, possa essere come l’ho sospettata!».

Rinfrancato dissi:

« Già! Ricordo benissimo quello che mi dicesti», volendo fare lo spiritoso, cercai d’imitare la sua  vocina d’adolescente:

« Peccato che non sono veramente Biancaneve e voi i nani, sapete quanto mi divertirei? A te, ordinerei subito di andarti a lavarti quei sozzi piedi!».

La ragazza, incurante del gelato che gli si scioglieva in mano, rideva fino alle lacrime. Non si era mai divertita tanto. Senza smettere di ridere rispose:

« No! Non è vero! Antipatico! Non ti ho detto così!».

«Ah no? Dimmi allora cos’hai detto?».

« Lo ricordo benissimo! Ti dissi che ti avrei mandato subito a raderti i quattro ridicoli peli che, sbarbandoti, ti eri lasciato sotto il naso. Ti stavano così male! Poi, ammetto, sono stata villana nel farti notare che avevi i piedi impolverati! Scusami!».

Il fatto che ricordava tutto con precisione, mi fece pensare che anche per lei quell’incontro ha lasciato un ricordo piacevole.

 

Soddisfatto di quest’intuizione, continuai il gioco:

«Lo credo bene che sei stata villana! Ti sei permessa di dare dello sporco a uno che neanche conoscevi!»,  sempre scherzando aggiunsi: «A vederti apparivi delicata e gentile, sotto, sotto però hai punto come na virdicula!». (1)

Questa volta fu lei a rimanere male. Paragonarla alle ortiche certamente avevo esagerato. Maria smise di ridere. Guardandomi seria disse con aria mortificata:

« Ora il cattivo sei tu! E’ vero, non ti conoscevo di persona, ma ti conoscevo attraverso i racconti di mio fratello. In casa parla spesso di te, descrivendoti un buon amico, un ragazzo serio, pieno d’iniziativa, capace, alla tua età, di badare a se stesso, bravo, buono, educato, prende la vita con allegria ed è sempre spiritoso. Più volte e con entusiasmo, ci ha raccontato l’atto eroico che hai compiuto salvando la Signora della giostra. Anche se non ti avevo mai visto, tramite Michele ti conoscevo e ti ritenevo già un amico. Ecco perché mi sono permessa di scherzare con te. Ancora una volta ti chiedo scusa della mia indelicatezza!».

Detto questo, si alzò per andare via.

Mi sentii un imbecille. D’istinto allungai una mano afferrando a volo una delle sue. Trattenendola gli dissi:.

« Maria scusami! Non so cosa mi e preso! Sono stato un imperdonabile villano!», ora anche io   ero in piedi di fronte a lei e solo allora notai che mi superava in altezza.

Istintivamente portai lo sguardo ai suoi piedi costatando che non dipendeva dalle scarpe. Calzava semplici scarpine basse senza tacco. Questa mia curiosità non gli sfuggì. Ironica mi chiese:

«Adesso, cos’hai? Forse le mie scarpe non sono di tuo gradimento?».

«Ricordo benissimo, quando ci siamo visti, tu eri più bassa di me… mi hai superato!!!».

 

( 1 - ortiche

 

« E allora? Cosa trovi di tanto strano?  La nostra è l’età dello sviluppo!».

«Appunto!», risposi pensieroso.

Corrugando la fronte mi fissò intensamente attraverso gli occhi tenuti socchiusi a fessura, poi mi chiese incuriosita:

«Dimmi un pò; per caso, soffri del complesso dell’altezza?».

«Un po’ si! Osservo tutti i miei coetanei crescere e superarmi! Un pò di paura c’è!».

Maria non seppe trattenere un’allegra risata. Subito la rimbeccai:

«Vedi come sei? Le preoccupazioni degli altri ti fanno ridere! Ti divertono!».

« Ma no, mi sorprendi! Rido su un problema inesistente! La crescita inizia alla nostra età ma continua fino ai 20, 21anni!».

 «Davvero??? Dici sul serio che si può cresce fini ai 21 anni?», chiesi ansioso.

Michele che fino a quel momento era rimasto a guardare in silenzio, sbottò di colpo:

«Insomma, la volete smettere voi due con questi picci  picci, pocci pocci! Accidenti, sembrate du ziti ca s’rraiunu!». (1)

In piedi, tenendoci ancora per mano, alla battuta di Michele, ci guardarono negli occhi scoppiando a ridere divertiti.

Tornati a sederci, lei disse:

« Ho un fratello incorreggibile, e non posso mica cambiarlo! Me lo devo tenere così com’è. Sai cosa mi ha combinato questo lazzarone?».

« No, cosa ti ha fatto?».

«Prima ricordavamo la Pasqua scorsa. Tu, scherzosamente, affermasti che assomigliavo a chi?».

«A Biancaneve! Ricordo benissimo quel giorno. Innanzi a noi apparve improvvisa una visione solare. Avevi il sole alle spalle e, forse, anche a causa del bianco e vaporoso vestito che indossavi che emanavi, tutto intorno, uno strano alone di luce nel quale risaltava il nero della tua lunga capigliatura  sciolta sulle spalle».

 

( 1 – due fidanzati che si bisticciano.

Dopo una breve pausa, con tono emozionato, aggiunsi:

« Eri incantevole!».

La ragazza che si apprestava a parlare, colpita dall’inaspettato complimento, rimase come bloccata. Bocca semiaperta, occhi fissi nei miei. Sul suo viso apparve un evidente rossore  colorandogli le  guance.

Certamente, era il primo complimento che riceveva da un ragazzo. Il suo turbamento era piacevolmente evidente.

Dopo aver dato un lungo respiro, chiese:

« Per questo mi chiamasti Biancaneve? Ero bella per l’effetto del vestito contro il sole?».

Quella domanda mi fece capire che il mio ardire era stato ben gradito dalla ragazza. La frase mi era uscita spontanea. Appena detta mi pentii temendo una reazione sgradevole. L’espressione del suo viso e le timide frasi da lei pronunciate, m’incoraggiarono ad andare oltre e confidargli sinceramente le emozioni provate nel vederla.

 Risposi con più coraggio:

« No, non è stato solo il particolare del vestito visto in controluce. Vuoi che ti dica veramente a cosa ho pensato appena ti ho vista?».

«Solo se si tratta di una cosa bella, altrimenti fai dimeno di dirmela».

«Non temere, non si tratta certo di cosa brutta; almeno credo!

Appena ti ho vista apparire, ho pensato ad una figura celeste. Mi sono detto: certamente si tratta di un angelo. Troppo bella perché sia una mortale ragazza!».

Maria sembrava caduta in trance. Tenendomi una mano tra le sue mi ascoltava fissandomi imbambolata.

Poi, con un filo di voce, chiese:

« E poi?».

Se per lei era la prima volta che riceveva dei complimenti da un ragazzo, per me era la prima volta che parlavo liberamente e dire con sincerità quello che sentivo per lei.

Gli stavo dicendo quello che in quel momento mi dettava il cuore, senza paura di provocare ilarità in lei; come mi era già successo con Cosimina. Avvertivo che Maria era diversa dalle altre del paese e, per questo, mi lasciavo andare pronunciando tutte quelle parole che mi salivano con semplicità sulle labbra. Parole che finora non avevo mai detto a nessuna. Oltre che al timore della reazione, non avevo mai sentito la necessità di dirle. Con Maria mi veniva spontaneo anche perché i sui occhi, l’espressione del viso mostravano emozioni e questo mi procurava piacere. Ero felice, continuai a parlare senza preoccuparmi del calore che, spontaneamente, aggiungevo alle parole. Mi deliziavo del suo arrossire, delle espressioni di quel visino e sapere che erano le mie parole a provocarlo. Pensavo:

«Quello non è rossore di vergogna ma di gioia ed e prodotta dalle mie parole!», continuai:

« Poi ho notato i tuoi modi di Signorina ben educata.

Oltre al modo di come parlavi, sono stato colpito dal tono della tua voce e dalla delicatezza della tua carnagione che ti fa assomigliare ad una delicata bambolina di ceramica.  Non so come mai, ma nel guardati, pensai a un servizio di preziosa porcellana cinese che mia nonna custodisce gelosamente. Forse sarà stato a causa della tua carnagione delicatamente “trasparente”». 

Maria era rimasta a guardarmi sospirando in silenzio, mentre Michele, volendo fare il risentito, mi richiamò bruscamente:

«Guarda un pò cosa mi tocca sentire! Ma dico io! Gino, quello che stati facendo è una vera e propria dichiarazione d’amore a mia sorella! E, sfacciatamente, lo fai in mia presenza!

Ti rendi conto chi stai corteggiando?».

«Ma quale corteggiamento? Quale dichiarazione? Tua sorella mi ha fatto delle domande e io gli ho risposto! Vero Maria?».

«Co… co, cosa?», rispose lei come se fosse stata svegliata all’improvviso.

« Sì, buonanotte! Hai visto cos’hai combinato? L’hai fusa!

 

Guardala, non capisce più niente!».

Le guance della giovinetta erano, ormai, di un rosso vermiglio. Imbarazzata, dando uno scapaccione, bonario, al fratello disse:

« Antipatico, cerca di tacere e lascia che Gino mi racconta!  Continua Gino, dimmi cosa ti ha portato a pensare tutte queste cose belle su di me!».

« E’ semplice! Vivo in questo paese da due anni e sono abituato a vedere ragazze dalla carnagione scura e dal comportamento quasi mascolino. La tua impressionante apparizione, è stata per me come aver trovato un’orchidea in un cespuglio di rovi.

Mi sei apparsa come una diva  uscita dalla pellicola di un film, come Biancaneve, appunto!».

Puntando i gomiti sulle ginocchia, lei aveva nascosto il viso tra le mani, vergognandosi di far vedere il rossore che continuava ad infiammalo. Anche quando iniziò a parlare, rimase in quella posizione.

«Già, come Biancaneve! Grazie a te e a quel lazzarone di mio fratello, ora mi trovo cucito addosso il nomignolo di “Maria Biancaneve”! Oltre ai parenti, tutti in paese  ormai mi chiamano così!».

« Davvero? Ma no!», chiesi meravigliato.

« Se non ci credi, chiedilo al tuo carissimo amico!».

« Michè, E’ vero? quello che dice tua sorelle?». Non ricevendo risposta, gli mollai uno scapaccione, insistendo:

« Uè, Michè! E rispondi no?».

Il ragazzo, sedeva un gradino sotto di noi, aveva le spalle appoggiate al muro, con le braccia teneva unite le ginocchia sui quali vi aveva appoggiato il mento, con la testa, leggermente inclinata dalla nostra parte, era rimasto, per tutto il tempo, in silenzio a guardarci e ascoltandoci incantato. 

Lo scapaccione servì a farlo riprendere. Dando un lungo sospiro, disse quasi fra se:

« No, non mi sbaglio! Qui, sui gradini di casa mia, sta sbocciando un amore! Vero vagniù?». (1)

 

( 1 – vero ragazzi?

 

«Cosa hai detto?», chiedemmo in coro.

«Oh, niente, niente! Una mia riflessione! Non conoscevo Gino in questa versione. Accidenti quanto sei bravo e aggiungo che con questa Biancaneve la state facendo lunga. non vi pare? Mi chiedo, cosa trovi di tanto tragico essere chiamata Biancaneve? Io, al tuo posto, sarei orgogliosa! Nel film Biancaneve  è una brava e bella giovinetta, allora?».

« Si, è vero! Però… Se a Maria non piace essere chiamata così?

 Mi dispiace che tutto sia nato da una mia stupida e scherzosa battuta. Mai avrei pensato che ti potesse creare tanti fastidi!».

« Ma no, Gino! Non devi rammaricarti! Per essere sincera, devo ringraziarti! Mi hai salvato da un altro nomignolo con il quale il mio fratellino cercava di etichettarmi. E questo sì che era molto brutto».

« Davvero? Qual è questo terribile soprannome che voleva affibbiarti?».

« Maria, Coda di Lucertola!».

« Uè, che schifo… Coda di Lucertola? E perché questo nomignolo?».

«A causa del mio sviluppo! Cresco in altezza ma non di peso. Per lui sono talmente magra da assomigliare ad una coda di lucertola! Per questo ti ringrazio! Il nomignolo Biancaneve è giunto giusto a proposito per salvarmi dall’altro. Tu conosci la gente del paese; s’inizia scherzando in famiglia ma… se solo esce della porta di casa, immediatamente, diventa di dominio pubblico e, nel giro di pochi giorni, te lo trovi cucito addosso per tutta la vita, appunto, com’è successo con Biancaneve!».

« Strano, non ho sentito nessuno che ti chiami così!».

«Forse non hai avuto modo! Prova a chiedere a qualcuno: scusa, come si chiama la figlia del professore? Sentirai che ti rispondono: Maria Biancaneve!».

Intervenne Michele:

« A proposito di magrezza! Anche Gino è preso in giro e rischia un secondo nomignolo!»

« Davvero? E qual è?».

« Gino casca ossi!», rispose il fratello ridendo.

«Ehi… che brutto! E chi è questo macabro individuo che lo chiama così?».

«Dino Gerunda! Come ti ho detto altre volte, Gino è l’amico degli animali. Lui conosce tutti i gatti e i cani di Monteiasi. Quando viene in paese, ne ha sempre due, tre che lo seguono facendogli le feste.  Dino si diverte dicendogli: «Guarda che non ti seguono perché ti sono affezionati, lo fanno solo con la speranza che ti casca qualche osso!».

Tutti e tre risero divertiti.

«E’ vero che tutti i cani del paese ti sono affezionati?».

«Quasi tutti! Ce né una, però, se potesse mi sbranerebbe ogni volta che mi vede!».

«Davvero? Come mai?».

«Due anni fa, con la venuta degli americani, ci furono i lavori d’ampliamento dell’aeroporto di Grottaglie. Le ruspe misero alla luce una tana di volpe con due cuccioli molto piccoli. Sarebbero stati certamente schiacciati sotto i cingoli se non si fosse trovato, in servizio di vigilanza, un aviere che, accortosi, corse a salvarli. Portati al campo, dove io in quel periodo lavoravo in cucina, venne a chiedermi se avessi un po’ di latte. Nel prenderne uno in mano me ne innamorai subito. Era una lei, e lei s’innamorò di me. La chiamai Fiorilla e diventammo inseparabili. Il guaio era quando incontravamo dei cani, specie se erano cani da caccia. Fiorilla avvertiva immediatamente la presenza e, impaurita, mi saltava in braccio. Successe che un giorno, (partiti gli americani), lavoravo da stagnino, avevo le mani occupate da tegami e casseruole, venivamo da Via Lotta, nello svoltare in Via Mameli ci trovammo davanti Diana, la cagna di Ciccio Favarulo, un bestione d’alano leopardato. Fiorilla cercò di saltarmi in braccio ma, avendo le mani occupate, non riuscii ad afferrarla, fu subito attaccata dalla bestiona.

L’avrebbe sbranata in un batter d’occhi.

Intuito il grave pericolo che correva la mia Fiorilla; buttai via tutto tranne una grossa e robusta padella con la quale cercavo di allontanare l’alano.

Quando vidi Fiorilla stesa per terra sulla schiena e le bianche zanne della feroce Diana avvicinarsi alla sua gola, bè… non ci vidi più! Disperato, imbandii la padella a due mani e come una racchetta da tennis   cominciai a menare colpi all’impazzata sul grosso testone. Dopo una serie di colpi, l’alano, abbandonata la volpe, mi si girò contro: i suoi occhi erano iniettati di sangue, mentre, con le zanne scoperte, stava per lanciarsi addosso. In quel preciso istante, impiegando tutte le mie forze, gli mollai una tremenda padellata beccandogli la guancia destra da fargli piegare le zampe posteriori. Approfittando di quel suo breve stordimento, gli mollai un secondo colpo tremendo  dall’alto in basso, giusto in testa. Questa volta piegò anche le zampe anteriori e lanciando un lieve uggiolare, si accasciò semi stordita.

Prima, avevo un buon rapporto con Diana, ma da quel giorno divenni il suo peggiore nemico e Via Mameli mi fu preclusa. Ci passavo solo a tarda sera quando Diana era chiusa in casa, ma, appena svoltavo l’angolo, mi sentiva, e dietro a quella porta faceva il diavolo a quattro mentre, Fiorilla, sentendosi al sicuro, accostandosi all’uscio  gli faceva la pipì».

«E dov’è ora Fiorilla?», chiese Maria affascinata dal racconto.

« Purtroppo è morta!».

« Poverina! Com’è successo?».

«Certo ricorderai l’invasione delle cavallette dell’estate scorsa! Per combatterle i contadini sparsero nei campi quintali e quintali  bocconcini di crusca avvelenata, con degli aromi che attiravano le cavallette, facendo si strage di cavallette ma anche di molta fauna, lepri, volpi, roditori e una moltitudine di volatili. Purtroppo, a mia insaputa, anche Fiorilla fu attratta da quei micidiali bocconi  e, poverina, mi lasciò per sempre!».                       

Nell’ultima parte del racconto, fui colto dall’emozione al punto di non riuscire a nasconderla tradito da un lieve tremolio della voce,

 

mentre sentivo gli occhi inumidirsi.

La mia sensibilità intenerì Maria che, passandomi la mano sul viso, mi fece una timida carezza sulla guancia, mentre con voce fievole e gli occhi pieni di lacrime, mi diceva:

«Quanto devi aver sofferto?». – Riprendendosi riprese l’argomento –

«Non avendo più Fiorilla, Diana ha cambiato atteggiamento nei tuoi confronti?».

« Macché! Con quella cagna in giro ero in continuo pericolo. La tenevano legata davanti casa. Se mi trovavo a passare nelle vicinanze, la cagna faceva l’inferno: i padroni avevano imparato, nel vedere Diana diventare idrofoba intuivano che io ero nei dintorni e subito si preoccupavano a chiudere in casa la cagna. Resosi conto che la cosa diventava sempre più pericolosa, il povero Ciccio Favarulo, fu  costretto a portarla nel suo podere in campagna e lasciarla lì»

 

 

 

 

                                           C O N T I N U A ....