A CALCINCULO

CAPITOLO VII

 

Da quella stessa sera, Maria Biancaneve e la sua piccola amica Chiara, entrarono a far parte del “Gruppo Cantorum”.

Cosa strana pur essendo del tutto stonato gli amici mi voglevano con loro anche quando cantano. Il martedì sera, facevamo le prove nella sala del patronato, si entrava dalla porta sul retro della chiesa che dava nel vicolo. Spesso cantavamo durante la messa delle ore undici.

Tutte le altre sere ci s’incontrava in posti ben stabiliti. Il paese non offriva una struttura, un luogo d’incontro per giovani, così, ci si arrangiava come si poteva. D’inverno si cenava prestino, entro le 18 e la libertà, per noi ragazzi, era fino alle 20. D’estate, la ritirata era alle 21. Con il tempo cattivo c’incontravamo sotto il sottopassaggio del Municipio tra i traini in posteggio. D’estate sui gradini del Mulino, a volte su quelli dell’aula scolastica a destra di Via Mameli.

Oltre i sogni, le speranze e i progetti per l’avvenire, il nostro impegno principale era il canto. Alcuni suonavano l’armonica a bocca, altri la chitarra, altri ancora il flauto «fatto in casa».

Io imparai a suonare il tamburello, le castagnole (una specie di nacchere fatte in casa) e la “Cupa, Cupa”, anche questa fatta da noi stessi cu na grossa bbuatta ( 1 ) di conserva, una di quelle da 5 Kg.. Il coperchio veniva sostituito da una tela con al centro legata una canna sottile lunga 40 cm.

Con l’arrivo di Maria Biancaneve, al canto, si aggiunsero racconti culturali. Maria si rivelò essere una bravissima narratrice. Sapeva tante di quelle cose da affascinare tutti con i suoi racconti, attraverso i quali, il Gruppo, imparò a conoscere l’Odissea, Ulisse, il Cavallo di Troia, chi era Omero, Platone, Socrate e, poi ancora, chi era Tolstoi, Dostoieski, Hemingway, Verga, Pavesi, Molier,

Pirandello, Shakespeare e tanti altri.  

La tenera simpatia nata tra me e Maria, ci faceva incontrare sotto casa Loprete, quasi  tutti i pomeriggi.

 ( 1 -  con un grosso barattolo

 

Quando il sole raggiungeva lo Zenit, era il momento che più forte picchiava sulle bianche case facendo apparire il paese stordito sotto i raggi cocenti, cocenti, mentre le cicale cantano a squarciagola.

Quasi tutti si ritirano nelle proprie abitazioni lasciando le strade deserte come in piena notte.

Proprio a quell’ora, sfidando quel fuoco ardente, Gino e Maria, s’incontrano.

Tra loro non si parla d’amore ma solo d’amicizia. Pur sapendo dentro di loro che erano innamorati uno dell’atra, nessuno dei due aveva il coraggio di dichiararsi.

Scoprirono che il vicino, Vicolo Brescia, era il punto più fresco del paese.

Anche nei giorni di grande afa, all’imbocco del Vicolo vi era sempre un’arietta ristoratrice.

Seduti all’ombra, trascorrevano delle ore a chiacchierare amichevolmente. Lui racconta di Punta Rondinella dove abitavano quasi in riva al mare e di quanto felici erano stati, lui e la sua famiglia.

Lei, racconta della sua vita in collegio, descriveva le sue compagne, le suore, gli studi e i progetti per l’avvenire.

«Beata te che puoi fare progetti sul tuo avvenire!», le dicevo sospirando.

« Perché dici questo? Alla nostra età, tutti sognano un avvenire!».

 « Una cosa è sognare,  un’altra è programmare!

Per programmare occorre avere una base di partenza, come la tua per esempio. Tu stai studiando per raggiungere una meta, e su questo programmi la tua vita. Per me invece, è come essere sospeso a mezz’aria. Non ho nessuna base, nessun appiglio. Io non ho avvenire, almeno per ora! Mi sento come una foglia staccata dall’albero, senza volontà perché senza possibilità di movimento. Mi lascio andare dove mi porta il vento. A me piace

vivere in questo paese. Amo la natura e mi piace fare il contadino, dentro di me, però… sento che arriverà un giorno che succederà qualcosa che mi porterà lontano da qua».

 

« Che lavoro fai?».

«Quello che capita! Sono arrivato  nel gennaio 43, avevo 11 anni. Quella stessa estate, andai a vendemmiare e nella primavera successiva, andai a sarchiare fave. Con l’arrivo degli americani e l’ampliamento dell’aeroporto, ho lavorato, prima, in una cava a spaccare pietre e riempire camion di ghiaione, poi in una cucina da campo americana. In seguito ho fatto il lattoniere-calderaio e, per un breve periodo, ho fatto anche il giostraio».

« A proposito! Riguardo a queste giostre, circolano strane voci in paese. Cosa c’è di vero?».

« Non conosco le voci che hai sentito, tu però, conosci il paese.  Dall’anno scorso ancora ne parlano?».

« No, ne ho sentito parlare alla mia venuta di Natale. Ho pensato che era impossibile che un ragazzo a modo come te avesse fatto quello che dicevano!».

«Perché, cosa dicevano?», chiesi timoroso.

« Ma niente! Chiacchiere di paese! Lasciamo perdere!».

« Hai ragione! Lasciamo perdere!», risposi con un sospiro di sollievo.

Un giorno, si unì a noi Michele. Era uscito con la bici del padre con l’intenzione di fare dei giri lì intorno. Poco dopo però, vinto dal caldo, vi rinunciò. Improvviso mi venne l’idea di chiedere a Maria:

«Lo facciamo noi, un giro in bici?», chiesi timidamente convinto di ricevere un rifiuto.

« Davvero mi porteresti in bicicletta?».

« Certo che ti porto! E’ quello che ti ho appena chiesto?», intervenne il fratello:

« Guardate, non ve lo consiglio! Fa un caldo infernale!.

«Non preoccuparti ragazzino! Non commetterò il tuo stesso errore, pedalare sotto il sole!».

 

«Perché, grand’uomo, tu cosa fai? Apri l’ombrello?».

«Non ce ne sarà bisogno! Andrò dalle parti delle zuccate (1) dove il sentiero è ombreggiato dagli ulivi».

Quel pomeriggio, Maria indossava un vestito a tunica di leggero cotone color beige lungo fino alle caviglie. Era tenuto su da due sottili bretelline fatte della stessa stoffa. Ai piedi un paio di sandaletti bianchi.

Il viso non era più tanto trasparente, anche se si notava ugualmente il blu delle vene, la sua carnagione aveva assunto un bellissimo colore ambrato.

Il vestito le lasciava nude le spalle e la pettinatura tirata in su e raccolta in un morbido chignon, metteva maggiormente in risalto il lungo collo, valorizzando maggiormente i delicati lineamenti del viso.

Guardandola, sembrava uscita da una tela di Modigliani.

« Mi raccomando Gino! Ho avuto sempre paura della bicicletta! Non sono salita mai, nemmeno con papà!»

 Davvero? Ma allora, bisogna festeggiare il tuo battesimo su“canna”!».

Sbattendo più volte le lunghe ciglia, mi guardò interrogativamente. Poi chiese:

« Gino! Cosa stai dicendo?».

« Niente, niente! Se non l’hai capita, come non detto!», indicandogli il tubo del telaio, la invitai a salire. Sedutasi la ragazza tese le braccia ancorandosi con ambo le mani al manubrio.

« No, non così rigida e tesa! Con questa posizione ostacoli la guida del pilota! E ricorda che non sei su di un bolide che va a 100 l’ora. Questa è una semplice bicicletta e sono io che la piloto e io, non intendo superare il muro del suono! Quindi … non aver paura!».

Appena partiti, la ragazza tornò ad irrigidirsi. Tendendo le braccia venne indietro con la schiena fino ad aderire al mio petto.

 ( 1 – cave di tufo

 

Una vampata di calore m’invaso tutto.

Quel contatto m’inebriava fino a stordirmi. I morbidi e neri capelli dello chignon mi accarezzavano, delicatamente, il viso, mentre, un dolce e delicato profumo di cipria al gelsomino, colpirono le mie narici. Per un attimo, chiusi gli occhi, estasiandomi. Era come sognare. Avvertivo che dentro di me stava accadendo qualcosa; qualcosa di speciale, qualcosa di bello e travolgente. Di preciso, non capiva cosa poteva essere che mi procurava tutto quel mescolamento e quel turbamento che sentivo dentro. Una cosa mi era chiara, era il gran piacere che provava nel sentire il suo corpo premere sul mio petto.

Ora avevo la certezza di provare una grand’attrazione verso questa creatura. Capii anche che il sentimento che nutrivo per Maria, era assai diverso di quello che avevo vissuto con Carmen. Ricordavo benissimo le sensazioni che avvertii nel posare lo sguardo sulla giostraia. Fui colto, istintivamente, da un insieme di desideri fino allora sconosciuti. Con Maria è diverso.

Quando, quel giorno di Pasqua, il mio sguardo si posò per la prima volta su di lei, io vidi una figura celestiale, antivolgare.

Durante il giorno, quando sono al lavoro, spesso nella mia mente appare il dolce viso di Maria. Quell’immagine mi procura tenerezza, come tenerezza mi procura ricordare il suono della sua voce; il comportamento signorile, la sua dolcezza, la sua intelligenza, la sua cultura, la delicatezza dei lineamenti, il dolce sorriso. M’inteneriscono persino le due vene blu che s’intravedono, una per parte, sulle tempie che, con una leggera curva scendono seguendo la rotondità delle guance fino alla mandibola. Non sento la necessità d’interpellare qualcuno perché, questa volta è certo di non sbagliarsi. Il mio non è un brutto raffreddore estivo. Quello che sento per Maria Biancaneve, è “Amore”. Tata Ronzo aveva pronosticato giusto: «Quando sarete colpiti da questo magico sentimento, ve n’accorgerete da soli». 

 

Quel giorno, averla così vicina, seduta sul telaio della bici, era come stringerla tra le braccia inebriandomi del profumo del suo corpo.

Percorrendo il sentiero all’ombra degli ulivi, raggi di sole filtrati dai rami, giocavano veloci sui suoi neri capelli, mentre un gran frinire di cicale in concerto suonava in nostro onore. Ero felice! Tanto, tanto felice.

Piegandomi leggermente in avanti, spontaneo gli sussurrai in un orecchio:

« Sai Maria? Oggi mi è successo una cosa straordinaria!».

«Davvero? Di che si tratta?», chiese incuriosita

«Una cosa che puoi costatare da te! Stiamo attraversando un verdeggiante bosco profumato di fiori, con voli di farfalle,  allegri canti d’uccelli e un gran frinire di cicale! Io non sono un Principe e neanche cavalco un bianco destriero, eppure…fra le braccia porto ugualmente la mia amata  Biancaneve!».

La sua posizione non mi permise di vedergli il viso e la gran vampata di fuoco che lo aveva coperto.

Seguendo il sentiero, avevo percorso un semicerchio intorno al piccolo paese lato Nord-Est.

Giunti sotto un grande ulivo centenario dal grosso tronco contorto e aperto a metà, apertura provocata da un fulmine, fermai e scesi dalla bicicletta. Se avessimo proceduto  ancora un poco, saremmo sbucati  all’entrata Est del paese sulla strada  che porta a Carosino.

Rimanemmo in silenzio, uno di fronte all’altra. Era un silenzio che parlava. Un silenzio che annunciava   il nostro amore e non era necessario spiegarsi le cose.

Allungando una mano sul suo viso, con delicatezza, gli spostai una ciocca di capelli girandogliela  dietro l’orecchio per tenerla ferma. Posando poi, il polpastrello dell’indice sulla tempia sinistra, dove iniziava a vedersi la vena, lentamente cominciai a seguire il blu, scendendo in giù sul viso. Eseguivo quel gesto con grande tenerezza.

 

« Cosa fai?», chiese timidamente senza opporsi alla lieve e delicata carezza.

« Accarezzo il sentiero blu!»

« Vuoi dire la vena? Io le odio! Non le sopporto. Per questo, lascio cadere due ciocche di capelli ai lati del viso, per nascondere quelle brutture!».

« Non chiamarle così! Le tue vene sono bellissime e le trovo molto affascinanti!».

« Mi prendi in giro? Non vedo cosa trovi di tanto affascinante in due bruttissime vene che mi deturpano il viso!».

Senza togliere il dito dal suo viso, con voce suadente dissi:

«Guarda che queste vene io le vedo palpitare e, a secondo del tuo umore, vedo aumentare o diminuire il loro pulsare. Toccandole poi, come sto facendo in questo momento, attraverso il polpastrello del mio dito, ho la sensazione di parlare direttamente con il tuo cuore!».

«Per favore Gino, mi confondi terribilmente e mi fai arrossire!».

Il silenzio tornò fra noi. Entrambi desideravamo di abbracciarci, baciarsi, accarezzarsi ma… nessuno dei due osò prendere l’iniziativa.

A quella età ci s’intende poco d’amore ed è inutile sforzarsi di parlarne perché l’amore ha una propria voce e parla da se.

Maria, commossa, come per gratitudine, con una mano mi sfiorò il viso in una latente carezza.

Dentro di lei sentiva d’amarmi ma, gli mancava il coraggio di pronunciarlo. Poi, senza dir  nulla, saliti in bicicletta riprendemmo la strada  del ritorno.

Nel lasciarci, quel pomeriggio, Maria, timidamente, mi ringraziò.

«Grazie di cosa?».

« Del bel pomeriggio, della bella gita in bici e di tutte le cose belle che mi hai detto. Forse  non ti rendi conto! Spesso dici cose bellissime e poetiche da emozionarmi. Perché non provi a scrivere?».

« Scrivere? Scrivere cosa e a chi?».

« Quei pensierini che fai e che mi dici!».

« Quello che penso e ti dico, è solo tuo perché sei tu l’ispiratrice, sei tu che me li fai pensare e me li fai dire!».

 

« Ecco, vedi? Anche quello che hai appena espresso è poetico! E’ bellissimo da scrivere!».

« Ma dai, Maria! Forse quello che dico piace a te, ma affermare che io potrei scrivere poesie… ce ne vuole!».

« Perché dici questo? Hai già provato forse?».

« Non c’è bisogno di provare! Non ho cultura; frequentavo la prima madia inferiore quando ho smesso di andare a scuola! Cosa pretendi che io scriva?».

«Eppure, ho sentito dire che oltre a essere il paroliere  del Gruppo,  parecchi ragazzi, si rivolgono a te per farti scrivere dichiarazione d’amore per le loro ragazze!».

« Sei troppo buona nel darmi dei meriti che non ho! Scrivo per alcuni amici, è vero, ma solo perché affermano che ho una bella calligrafia e scrivere delle serenate, non è affatto difficile. Conoscendo il soggetto a chi è rivolta, basta trovare delle parole che fanno rima col suo nome, con quello della famiglia, con il numero e il nome della via che abita; a questo aggiungi un pizzico di cielo, una fetta di luna, qualche stella, un pò di mare, dei fiori e un cuore che faccia rima con amore. Mescoli il tutto e il gioco è fatto».

«O non ti rendi conto, o sei troppo modesto?».

D’estate, con il calare del sole, il piccolo paesino riprende vita. Le strade sono larghissime e i marciapiedi, raggiungono anche gli otto dieci metri.

A sera; gli anziani, portano fuori le loro sedie impagliate, sedendosi sul marciapiede, davanti all’uscio di casa.

Gli uomini, con a fianco la bottiglia o lu cuckù dillu mieru, ( 1 ) si cimentano con pipe, sigari,  scatolette di trinciato forte e cartine per sigarette.

Le donne invece, continuano il lavoro casalingo: chi sbuccia fave, chi pulisce la verdura, chi fila lana o cotone, e altre che lavorano a maglia , all’uncinetto o al tombolo.

 ( 1 – boccione di terracotta con collo molto stretto – mieru = vino. A causa dul collo stretto, bevendo emette un suono strano: clù clù clù. Da qui il nome cuckù

 

 Dopo i saluti con i vicini, avviene lo scambio delle ultime notizie

del giorno che, come un tam, tam, balzano da un gruppetto all’altro, da una strada all’altra, creando un unico e immenso salotto culturale. 

I giovani e giovanissimi, tirati a lucido, con i capelli unti di brillantina Linetti «o d’olio extra vergine d’oliva»  si riversano sul Corso dedicandosi allo “Struscio  che va da Piazza Maria Immacolata fino alle ultime case del paese Porta Est.

Una sera, con la scusa di giocare uno scherzo agli amici, giunto alla fine del passeggio, presi per mano Maria e mentre la trascinavo oltre la calca, gli sussurrai all’orecchio:

«Sss! Taci, vediamo cosa fanno se si accorgono che non li seguiamo più!».

« Gino, cosa vuoi fare? Non è corretto! Torniamo indietro!».

«Hai paura? Non ti mangio mica? Vedrai che non tarderanno molto a piombarci a dosso».

Ci sedemmo sul muretto a secco ai bordi della strada. La sera era buia, senza luna. Vi era solo un lieve riflesso proveniente dall’alone di luce che sovrastava il paese causato dall’illuminazione stradale.

Le sagome dei grossi ulivi s’intravedevano appena alla fioca luce delle stelle.

Infusomi coraggio, presi fra le mie, le sue mani mentre, con voce rotta da forte emozione, dissi:

«Ascolta Maria! Senti quanti grilli? Sembra che si siano riuniti intorno a noi per farci la serenata!».

« E’ vero! Non ho mai sentito trillare tanti grilli insieme. Che bello!».

« Te l’ho detto? Sono venuti qua per no e io n’approfitto per dirti una cosa!».

«Davvero? Cosa vuoi dirmi?». Ora, anche lei era agitata. Dal mio comportamento aveva certamente capito cosa volevo dirgli. Il cuore le cominciò a battere veloce nell’attesa delle mie parole.

 

Dopo essermi schiarito la gola con piccoli colpi di tosse, cercai di parlare:

« Ecco Maria… Io … emme! Sì, insomma? Io…emme!».

« Coraggio Gino! Cosa mi vuoi dire?», chiese trepidante

Povero me! Ero caduto nella trappola tesami dalla tensione. Era la prima volta che tentavo di fare una seria dichiarazione d’amore.  Quelle fatte per gioco mi sono sempre riuscite benissimo e con facilità, ma questa…! Per tutto il giorno avevo fatto migliaia di progetti, immaginandomi tutti i discorsi possibili. Diventando ansioso, sempre più ansioso, fin ché, giunto il momento… non ho più saputo cosa dire. Quelle ore d’attesa si erano trasformate in tensione e la tensione in paura; una paura che mi costringeva a vergognarmi di mostrare il mio affetto pronunciando quella magica parola “ti amo” Nonostante lo sforzo, non ci riuscii. Reagendo, con uno scatto di rabbia disse tutto d’un fiato:

« Non so che accidenti mi ha preso! Fino a poco fa avevo tutto in testa ed era tutto ben chiaro quello che volevo dirti e ora?  Accidenti, che figura!».

Maria che aveva ancora le mani imprigionate nelle mie, timidamente, me le strinse in segno d’incoraggiamento sussurrandomi:

« Non te la prendere Gino! Non devi vergognarti.  Avendo avvertito cosa vuoi veramente dirmi, anch’io in questo momento mi sento confusa e tanto strana!».

Mani nelle mani, restammo in silenzio.    Era un silenzio che parlava. Un silenzio che affermava che non era più necessario stare a spiegarsi le cose un l'altra.

In piedi, uno di fronte all’altra, improvvisamente ci trovammo stretti in un tenero abbraccio.

I nostri giovani corpi tremano d’emozione come steli di boccioli esposti all’ebbrezza della primavera.

Siamo due boccioli prossimi a fiorire, ad aprirsi alla vita.

 

Un rumore di passi sulla strada, ruppe di colpo l’incantesimo. Qualcuno, proveniente dalla campagna, rientrava in paese. Dal rumore s’intuiva essere di scarpe chiodate. Certamente si trattava d’adulti. Ancor prima di intravedere la loro ombra sul bianco della strada impolverata, con un agile salto passammo di là del muretto restando carponi fino a quando i passi non furono lontani.

Ritornati a sedere, Maria, passandosi una mano sulla fronte, come per tergersi il sudore, disse con voce fioca:

«L’abbiamo scampata bella! Mamma mia! Immagina se ci avessero visti? Stasera stessa lo avrebbe saputo mio padre e domani saremmo sulla bocca di tutti!».

Sedendomi avevo puntellato i gomiti sulle ginocchia tenendomi il viso tra le mani aperte. Nel sentire Maria pronunciare quelle frasi, rimasi a riflettere in silenzio.

Immaginavo già l’incredulità della gente che avrebbero detto:

« Come? Maria Biancaneve? La figlia di Salvatore Giacchetta con Gino u Tarantinu? Chi, u profugo… ed erano soli di notte?  Uuuh, c’è azione!».

La sua vocina mi distolse da quei pensieri.

«Gino, cosa c’è? Non sei più  qua con me, dove sei andato, a cosa pensi? Hai avuto paura anche tu vero?».

«Sì, hai proprio ragione! Stavo immaginandomi le chiacchiere che in paese avrebbero detto su di noi. Senza pensare la reazione di tuo padre. Certamente mi manderebbe a prendere da Michele il Vigile!».

«Mio padre non farebbe mai una cosa simile. Tutt’al più, per qualche tempo, mi proibirebbe di uscire la sera!».

 «Per un attimo mi è parso di sentire quello che direbbero di noi in paese e, ricordandomi quello che mi ha detto Dino, comincio a pensare che hanno ragione. Immagino la reazione di tuo padre:

- Come? Mia figlia Maria? Maria Loprete che amoreggia con un pezzente di profugo? –

 

Mari, stiamo sbagliando tutto! Tra noi  può esserci solo amicizia null’altro. Ti ringrazio di avere accettato la mia amicizia e, diciamocelo pure, hai accettato anche la mia corte. Si Maria, è vero! Mi sono innamorato di te e tu lo hai capito, ma proprio perché ti amo non voglio farti soffrire. Anche se sono ancora un ragazzo, fin qua ci arrivo. Tu sei ricca e un domani sarai anche laureata mentre io non sono sicuro neanche se domani riuscirò a comprarmi da mangiare».

Alle prime lei rimase inebetita e incredula di quell’improvviso cambiamento. Poi, commossa da quelle verità che mi sentiva dire, con slancio mi butto le braccia al collo e nascondendo il viso sulla mia spalla, scoppiò in un disperato pianto dicendo, fra i singhiozzi: «No Gino! Non dire questo, mi fa troppo male! Non devi biasimarti, se sei un profugo non è colpa tua! Nessuno in paese ti ritiene meno degli altri! Ti vogliamo tutti bene e anche i miei te ne vogliono. Io poi ti amo e non voglio perderti. Se ti fa paura la mia cultura gli studi!».

Queste parole dette con tanto calore fra i singhiozzi, mi commossero. Pensai al motivo che mi aveva spinto a portare Maria in disparte in quella sera buia.  Aveva pensato che al buio avrebbe avuto più coraggio per dichiararsi e parlare d’amore, invece…? Non solo non ero riuscito a parlare ma guarda cosa avevo combinato! L’aveva sconvolta e fatta piangere. Senza rendermene conto, ricambiando l’abbraccio, mischiavo le sue alle mie lacrime.

Sollevando la testa, diedi due, tre, profondi respiri, cercavo di calmarmi, apprestandomi a parlare quando, inaspettatamente, sentì sulla mia bocca, posarsi delicatamente le calde e umide labbra di lei bagnate di pianto.

Avvertì il salmastro sapore delle lacrime e, per me fu come ricevere una schioppettata in piena fronte da farmi esplodere il cervello dalla grande ondata d’emozioni che, percorrendo tutto il corpo attraverso la colonna vertebrale, era andata a scaricarsi dritta nel cervello, annebbiandomi la vista e annullando ogni volontà.

 

Anche per lei non deve essere stata diverso. Anzi… per Maria era la prima volta che provava la grand’emozione di  abbracciare un ragazzo e sentire  il calore delle labbra sulle sue. Mai avrebbe pensato che quel gesto procurasse un terremoto di sensazioni.

Quando Maria riprese a parlare, aveva il fiatone come se avesse corso i cento metri ad ostacoli.

«Gino, posso assicurarti che mio padre non nutre alcun pregiudizio, ne verso di te, ne verso altri!

Riguardo a noi due, sono certa che l’unica cosa che direbbe mio padre  sarebbe: (Siete ancora  troppo giovani!).

Noi non dobbiamo aver paura per questo!  Gli anni, anche se lenti a passare, alla fine  raggiungeremo la maggiore età!».

«Che cosa vorresti dire? Una volta maggiorenne, anche se i tuoi si oppongono, mi sposeresti lo stesso?».

«Certo che lo farei! Ma stai tranquillo! In casa mia nessuno si opporrà!».

Nell’avvertire quanto affetto vi era in quella creatura, mi commosse. La strinsi a me teneramente in silenzio lasciando che fossero i nostri cuori a parlare così, vicini com’erano.

Nascondendo il viso nei suoi lunghi e neri capelli, cercai di cancellare le tracce d’alcune incontrollabili lacrime che furtive mi scendevano lungo le guance. Erano lagrime di felicità.

Volendo scaricare la tensione, cercai di cambiare argomento:

«Quanti anni ancora devi trascorrere in Collegio?».

 

«Ho finito! Non ci andrò più!».

«Sei matta! Allora si che tuo padre mi scortica vivo dandomi la colpa di averti fatto interrompere gli studi.

Un fenomeno che si trova con  due anni avanti alle sue coetanee, è un delitto fermarsi. Promettimi che torni in collegio!».

«Solo se tu mi prometti di convincerti che fra noi due non c’è nessuna differenza. Tu sei un ragazzo e io una ragazza e ci vogliono bene. Questo è quello che conta!».

L’abbraccio e il bacio che seguì li turbò al punto di dimenticare ogni prudenza.

In quel momento arrivò, incazzato nero, Michele. La sua voce arrabbiata li colse di sorpresa facendoli sobbalzare dallo spavento.

« Gino, Maria! Si può sapere cosa diavolo state facendo? Come avete potuto?».

«Oh Dio, cosa abbiamo fatto secondo te?», chiese con voce affannata Maria al fratello, e aggiunse: «Guarda che non abbiamo fatto niente di male! Siamo rimasti qui in piedi per tutto il tempo!

Oltre a chiacchierare e a scambiarci qualche bacetto, non abbiamo fatto altro! Mi credi vero?».

« Quello che credo io non conta, il guaio è se vi ha visto qualcuno!».

La comunità del paese, è molta unita e i membri si aiutano collaborando tra loro anche nell’educazione dei figli. L’adulto possiede uno spiccato senso del dovere e vigila attentamente sui giovani. Nelle piccole cose, ha addirittura il dovere di intervenire. Come ad esempio nelle liti tra giovani, o se vede dei ragazzi fare dei giochi pericolosi, o fare qualcosa di scorretto, tirare con la fionda ai lampioni per esempio.

 

Oltre ad intervenire verbalmente, l’adulto ha la facoltà anche di intervenire fisicamente mollando qualche ceffone ai più facinorosi. Se invece, capita di sorprendere una giovane coppietta appartata, l’obbligo dell’adulto, è di riferire subito alle due famiglie, ciò che ha visto.

Sul posto arrivarono anche gli altri amici. Dino, che non aveva mai visto Michele così arrabbiato, rivolto ad Gino  chiese preoccupato:

« Cos’è successo? Vi ha visto forse qualcuno in atteggiamento…!».

«Fratè, tu sei il solito maniaco sessuale! Ma che atteggiamento  e atteggiamento del cavolo! Non c’è stato nessun atteggiamento… come  intendi tu e, inoltre, non ci ha visto nessuno! Chiaro?».

« Ma, allora, Michè, perché sei così arrabbiato? Forse sei contrario che Gino e Maria…».

Michele non lo fece finire neppure, dicendogli:

«Ah Dino? Quello che c’è tra Gino e Maria, io lo so fin dall’inizio e anche prima di loro due!».

Gli amici, postosi in cerchio intorno ai due, chiesero:
« Come sarebbe che lo sai prima di loro?», chiesero in coro.

« Ma era così evidente! Solo che hanno perso tempo a girargli attorno. Maria si perdeva nel fare le fuse come una gattina – è il caso di dirlo- una gattina innamorata– senza ammetterlo di esserlo; mentre Gino…Ahahah», Michele, ricordandosi,  cominciò a ridere come un matto trasmettendo la sua ilarità agli amici.

« Mentre Gino… cosa?» chiese fra le risate Ornella.

 

«Ragazzi! Avresti dovuto vederli e sentirli, Ahahah, un vero spasso! Ahahah, non li riconoscevo più!  Lei è tutta miao, miao, lui cambia perfino la voce mentre dice parole mielate come: i tuoi neri occhi sono come due olive luccicanti di rugiada, Ahahah, Ahahah! Un filosofo, un vero poeta! E tutto in corretto italiano!».

«Che bello!», sospirò Natalina

«E allora? Non vi sembra di esservi divertiti abbastanza alle nostre spalle? Finitela!» urlai innervosito.

 «Fratema tene ragione!» ( 1 ), gridò Dino rivolto agli amici. Poi, appoggiando una mano sulla spalla di Gino e una su quella di Maria, li spinse una contro l’altro iniziando a cantare per loro, una vecchia canzone napoletana:

“ Ohi  Marì, Ohi Marì! Quanto suonno aggio perso p’ te ecc.ecc. ”, a lui si unirono tutti gli altri intonando un coro di sottofondo.

Alla fine della canzone, Maria era talmente emozionata che con impeto li abbracciò uno per uno, ringraziandoli.

«Sono tanto felice!», mentre due lacrime di gioia gli rigavano le guance. Commosso, l’attirai a me abbracciandola e baciandola   affettuosamente sulla fronte mentre gli diceva: «Sono felice anch’io!».

Natalina, la più alta e, anche la più adulta del Gruppo, 18 anni, 1,75, magrissima, spiritosa, molto allegra e alquanto maldestra.

Si muoveva come un tornado, come il classico elefante in un negozio di cristalleria. Gambe magre e lunghe e ai piedi non calzava certo delle scarpine da Cenerentola. Quando camminava su quelle sue lunghe gambe, assumeva un’andatura tale da meritarsi il soprannome avuto da noi: “Olivia”, la compagna di Braccio di Ferro. Aveva un viso minuto e tondo, carnagione molto scura, occhi nocciola vivacissimi, capelli lunghi, colore del miele, pettinati all’indietro molto tirati e chiusi in una lunga treccia legata, all’estremità, con un fiocco rosso, quando camminava era un piacere guardare quel fiocco che come una grossa farfalla gli traballava sul fondoschiena.

( 1 – mio fratello ha ragione -

 

 Natalina frequenta la scuola d’arte e recitazione a Lecce ed è la nostra maestra del coro oltre ad essere l’organizzatrice di rappresentazioni teatrali dei bambini di scuola e della Parrocchia.  Ballerina classica e coreografa. Nel ballare aveva uno spiccato dono di creatività creando  sempre nuove figure.

Anche quella sera, nel vedere la tenera coppia, emozionata nel dichiarare agli amici l’amore che li univa, Natalina non seppe resistere alla tentazione artistica; urlò emozionata:

«That’S Amore!» era il titolo di una canzone americana, ultimo successo del cantante italoamericano “Dea Martyn”, That’S Amore in italiano: “Questo è Amore”.

Sempre guardando la coppia, Natalina continuò a dire ad alta voce:

« E’ una scena emozionante; bellissima! Su ragazzi, prendiamoci per mano e formiamo un cerchio intorno a Gino e Maria!».

Divertiti della novità, eseguirono la richiesta dell’amica. Formato il cerchio, Natalina orlò:

«Questo lo chiameremo “Il cerchio dell’amore” e con questo cerchio noi vi proteggeremo dalle maldicenze e dagli sguardi impiccioni degli adulti pettegoli!». In coro ripeterono tutti il giuramento.

Poi, Natalina, detta Olivia, con la sua bella voce da mezzo soprano, cantò, tradotta in italiano, la  canzone: “That’S Amore”. (Questo è Amore).

Gino era felice sentendosi sempre più legato a quel gruppo di amici tanto affettuosi. Però, anche nei momenti più belli, nei suoi occhi c’era sempre un velo di malinconia, una ragnatela di inconfessati timori. Dentro di se sentiva forte la sensazione che quello che stava vivendo era troppo bello. E come tutte le cose belle, pensavo, prima o poi finiscono. Questo sarà solo un periodo di transizione. Sento che un giorno lascerò per sempre il paese e gli amici per partire verso l’ignoto.

Accompagnando a casa Maria, prima di lasciarla il Gruppo si esibì in una serenata particolare rivolta a Biancaneve e al suo Principe Azzurro.

 

In queste occasioni e, nel cantare serenate della “Cupa Cupa” (in napoletano, “a caccavella”), mi esibivo anch’io. Anche perché, quelli, non erano canti impegnativi e poi, meglio di altri, mi riusciva ad improvvisare versi in base all’argomento trattato e alle persone che erano rivolte. In questi casi, diventavo il paroliere del “Gruppo”.  Quando invece si cantava seriamente, mi limitava solo a fare l’accompagnatore suonando il tamburello, le castagnole o la “Cupa Cupa”, secondo i casi, in chiesa, addirittura muovendo solo le labbra fingendo di cantare.

Questa è una disgrazia che mi porto dietro fin dal tempo della scuola. Durante l’ora di canto, l’insegnante mi assegnava un compito di disegno. Altra materia in cui era molto stonato. Nessun maestro, dopo avermi sentito cantare una prima volta, non gradiva più sentire la mia voce, ne da solo ne in coro.

« Sei stonato come una campana rotta!» mi affermavano.

«Cerca di imparare a disegnare e non disturbare!».

Questo mi mortificava molto. A me piaceva  la musica e il canto. In classe mi emozionava a sentire i miei compagni cantare: “Va Pensiero” dal Nabucco di Verdi, o sentire cantare “l’Inno Nazionale”, “l’Inno dei Bersaglieri” o il “Silenzio Militare”, come adesso, mi emoziono nel sentire cantare i miei amici. Ragazzi semplici e modesti. Ed è proprio nella modestia, nella semplicità, ho trovato in loro tanta ricchezza. Mi nutro della loro amicizia, del loro affetto, del loro calore, della loro umanità, nella passione e sentimento che mettevano nel canto. Il sentirli cantare mi rendeva felice, anche se spesso, proprio in quei momenti felici, sono colto da una sottile nota di malinconia. Non so spiegarmi perché in quei momenti felici mi veniva da pensare che tutto questo, un giorno, finirà.

Come già avevo detto a Maria, un ragazzo nelle mie condizioni, staccato dalla famiglia e senza nessuna prospettiva, senza nessuna sicurezza, senza nessuna tutela, mi fa sentire una foglia staccata dall’albero in balia dei venti.

 

In cuor mio sono convinto che un giorno, soffierà una volata di vento più forte che mi strascinerà via lontano, nell’ignoto.

Questo pensiero mi ossessiona da qualche tempo rattristandomi e facendomi diventare più avido della compagnia dei miei amici, del loro affetto, del loro canto.

Tornando a casa quella sera, come spesso accadeva quando vi erano, a parer loro, importanti argomenti da trattare, i due amici fraterni, percorrevano più e più volte, la strada da caso di Dino a quella di Gino e viceversa. La discussione si era accesa a causa della morbosa curiosità di Dino che preso sottobraccio l’amico gli chiedeva:

«E bravo u fratuddo! ( 1 ) Sei riuscito anche con Maria! In amore vai proprio forte e fratè?  Su, racconta! Com’è andata?»

« Com’è andata cosa?».

«Insomma Fratè, la vuoi smetterla di fare tanto il sostenuto? E che cavolo! Mi sono accorto subito della tua mossa di svicolare per infrascarti con Maria e quando Michele, accortosi della vostra assenza, voleva tornare subito indietro, sono stato io a trattenerlo convincendolo che voi eravate avanti a noi, tenendolo il più possibile occupato e darvi maggior tempo di restare soli».

« Non ci eravamo per nulla infrascati! Siamo rimasti dove ci avete trovato, sulla strada!».

«Senti fratè, non stiamo qui a sottilizzare se siete rimasti sulla strada o se siete andati fra gli alberi non ha importanza. Conoscendoti, di una cosa sono certo, in tutto quel tempo che sei rimasto solo, al buio, in compagnia di una ragazza… non mi dirai che sei rimasto fermo a guardare le stelle o a raccontargli la fiaba di Cappuccetto Rosso? Quando sono arrivato avevate due facce che  parlavano da sole!».

Ma davvero! E che dicevano? Te lo dico io, dicevano: Fatti una cura fratè!».

 ( 1 – bravo il fratellino -

 

« Oh Dio! Ci risiamo? Ci sei ricascato! Sei di nuovo innamorato!».

«Embè, ti meravigli? Ve lo abbiamo dichiarato apertamente e voi ci avete dato anche la benedizione e creando il “Cerchio dell’Amore”, avete giurato di mantenere il segreto e di proteggerci! E tu invece, cos’hai capito? Che Maria fosse un’amica momentanea utile solo per uno scambio d’esperienze? Se hai pensato questo, ti sei sbagliato: Noi ci amiamo veramente e un giorno ci sposeremo! Tu però, hai detto: sei innamorato un’altra volta? Perché, quando sarebbe stato la prima?».

« Caspita, non sapevo che sei corto di memoria! Carmen l’hai già dimenticata?».

«Cosa vai a tirare fuori Carmen? Quella è stata tutt’altra cosa da non paragonarla minimamente all’amore vero! E’ come mischiare il “sacro” con il “profano”!». 

« Ammazzate oh! Come parli difficile! A quanto pare, non hai più bisogno di spiegazioni per riconoscere i sentimenti! Sei sicuro che questa volta si tratta proprio d’amore?», visto l’espressione dell’amico aggiunsi:

«Va bene, va bene! Questa volta è “amore”! Ma per curiosità, dimmi; stasera, con Maria… hai fatto quello che facevi con Carmen?».

« Santo Dio Onnipotente! Fammi la grazia e guarisci questo caso disperato che è Dino! Ti prego fratè, non abbinare Maria a nessun’altra ragazza, chiaro? Maria è un caso a parte. Maria è un giglio immacolato, talmente delicato che mette in soggezione perfino le farfalle che evitano di posarsi sopra per paura di sciuparlo. E per farfalle intendo, i “pensieri”, perciò, fammi il favore di non lordarlo con i tuoi!».

« Ecco, ora ho la prova che sei innamorato cotto!».

« Fratè! Non “di nuovo”! Questa volta sono innamorato!».

«Come vuoi! Questa volta sei veramente innamorato! Ti va bene?

Pero… Ti fa uno strano effetto! Ti fa parlare difficile e poetico! Giglio immacolato, farfalle che hanno paura di posarsi sopra; Maronna mea du

 

Carmene! Ha ragione Natalina! Chisto iè proprio “Ammor” cu la”A” maiuscula».

I due amici scoppiarono a ridere e dandosi, scherzosamente, pacche sulle spalle. Continuando a ridendo e a scherzare, Dino intonò un ritornello in dialetto inventando le parole li per lì:

« Puvrieddu u fratuddu meo, ha m’pazzisciutu  p’na vagneddozza! Se quettu, s’ nasciutu, ha ’partutu cu tutti li mitodde!».

« Non capisco perché ti diverte tanto il fatto che mi sia innamorato veramente! Dovresti essere contento che è successo con Maria. Ti ricordi… prima di partire con i giostrai, cosa mi affermasti? Mi sostenesti che ero stato cieco! Non accorgendomi che Maria Loprete aveva sentimenti particolari verso di me e che tu ti eri accorto di questo. Te lo inventasti per non farmi partire e avevi ragione!».

Con uno slancio affettuoso abbracciai l’amico ringraziandolo:

« Grazie Dino, sei più caro di un vero fratello!».

« Dovrei essere contento a sentirti dire questo, invece, ho paura di aver commesso un grave errore nel metterti in testa Maria Loprete!».

« Cosa ti preoccupa ancora?».

« Ma dai fratè! Riflettici un po’ su, e vedrai che ci arrivi da solo! Chiediti; chi sono io? Dov’è la mia famiglia? Qual è il mio avvenire? E poi continua a chiederti: Chi è Maria Loprete? A quale famiglia appartiene? Qual è il suo avvenire? Tira poi le somme e ti accorgerai che i conti non tornano!».

Un sorriso amaro apparve sul mio volto mentre, non del tutto convinto dicevo all’amico:

«Se pensi all’opposizione che potrebbero sollevare i genitori, non preoccuparti! Il problema l’ho già affrontato e risolto con Maria! Siamo d’accordo che se un domani sorgerà questo problema, noi saremo pazienti ad aspettare i  21 anni, la maggiore età; poi, saremo liberi di vivere la nostra vita come più ci piace!».

 ( 1 – poverino il  fratellino mio, è impazzito per una ragazzina! E’ cotto, se ne andato, è partito con tutto i

 

« Ottimo! Ma vedi non è solo questo il problema!».

« Cosa ci sarebbe ancora?».  

«Non riesco ad immaginare una coppia così assortita! Tu hai solo la quinta elementare, lei invece sarà una laureata! Te lo sei mai chiesto? Va bene che davanti a voi avete ancora molti anni e  molte cose possono cambiare però…».

«Però cosa? Se speri che tra me e Maria cambi qualcosa, ti sbagli di grosso! Il nostro amore e talmente forte che neppure il tempo di cento anni potrà indebolirlo!».

«Un’ultima domanda; ti sei mai chiesto quale influenza subisce e come risponde all’impatto del gran cambiamento d’ambiente un ragazzo o una ragazza abituata a vivere in un paesino come il nostro? Per Maria poi sarà ancora difficoltoso dopo aver vissuto tanti anni in un Collegio Femminile condotto da suore. Trovandosi di colpo in un ambiente universitario quale sarà l’effetto? Nel nuovo ambiente, farà nuove conoscenze, nuove amicizie, e tu, credi che rimarrà ancora la Maria Biancaneve di prima? Pensi davvero che dopo alcuni anni, si ricorderà ancora del girotondo e degli infantili amici contadini che ha lasciato al paesello?».

Dino, nel vedere il viso dell’amico, si bloccò di colpo! Grosse e calde lacrime gli solcavano le guance. Non aveva saputo resistere. Trovando del vero in quelle parole, la realtà mi ferì fino al punto di piangere dalla disperazione. Pentito Dino cercò di rimediare:

« Su, su, fratè! Per favore non fare così, Cambia faccia!».

«Cambia faccia? Hai il coraggio di dirmi di cambiare faccia? Ma io riempirei di schiaffoni la tua di faccia per tutte le idiozie che hai detto! Ha parlato il saggio del paese! Ma chi cazzo sei tu? Che esperienza hai per permetterti di dire quello che hai detto?».

 

« Su quest’argomento, la mia gente ha fatto molta esperienza attraverso i suoi emigrati. Devi sapere che circa il terzo della nostra popolazione, ci ha lasciato e continua a lasciarci. Sono sparsi per il mondo, chi per lavoro, chi per studi e chi per espletare il servizio militare. Dopo aver vissuto anche un breve periodo lontano da qui, immancabilmente, sono tutti colpiti dallo stesso male: umiliano il paese d’origine. Gli anziani rientrano per trascorrere le vacanze estive o le grandi ricorrenze con i parenti e i vecchi amici, colti da nostalgia ma i giovani, rinnegano la loro origine, si vergognano della loro gente, delle loro usanze, delle loro umili origini, della loro cultura contadina. Quei pochi giovani che vengono, lo fanno per mettere in mostra il loro acquistato benessere. I bei vestiti, la macchina lussuosa, la bella fidanzata o moglie di città. Le donne arrivano in pelliccia e piene d’oro che sembrano tante madonne. I giovani, incontrandosi con i coetanei, fanno i gradassi, si vantano della bella vita che conducono, i divertimenti, le conquiste e le continue avventure galanti. Tutti terminano commiserandoci e chiedendoci:

«Come fate a vivere in questo cimitero! Sembrate tanti zompi!»

Parecchi di questi giovani, partendo, hanno lasciato, piangendo, la ragazza del cuore. Pianti e promesse, dopo poco tempo sono state dimenticate, svanite e, se è chiesto loro: - Ma tu, non avevi la ragazza qui?- La risposta è, sempre la stessa: Chi, Carmelina? Che centra! Sono state cose da ragazzi, non si possono mica prendere sul serio! E poi… io con quella cafoncella? Ma dai, con tutte le opportunità che ho dove vivo… che scherziamo?

Per tutti avviene un cambiamento radicale, cercano di cambiare perfino il loro dialetto originale scimmiottando quello di dove sono andati a vivere. Non parliamo poi degli studenti. Ragazzi, o ragazze, che frequentano le università del Nord, una volta laureati, o tornano già sposati, o non tornano per niente. Per questo motivo, mi chiedo e ti chiedo, perché proprio  Maria deve essere diversa? Vorrei che tu pensassi seriamente a questo: e meglio farlo subito che sei all’inizio e non dopo che sarebbe molto più doloroso».

 

« Sei un grande iettatore! Smettila con il tuo nero pessimismo! Forse hai ragione su tutti gli altri, ma Maria è senza dubbio diversa! Proprio stasera ne abbiamo parlato.

Per non creare altre differenze fra noi, è disposta a lasciare la scuola.  E poi, io non faccio male a nessuno se sogno! E per favore, lasciami sognare! Cosa credi, che non ci penso? I dubbi li ho e mi tormentano l’anima. Quello che mi consola è che siamo ancora tanto giovani. Può succedere un miracolo, le cose cambiano. Spero che possa trovare una buona occupazione degna di essere il marito di una laureata. Vedremo come si mettono le cose. Se sarà il caso, farà di meno di frequentare l’università, come non è detto che io rimanga per sempre, un povero in canna!».

« Hai parenti ricchi?».

« Che cacchio centrano ora i parenti ricchi?».

«E sì! Chi ha parenti ricchi, può sempre sperare in un’eredità, ma se pensi di arricchirti lavorando onestamente, scordatelo!».

«Forse non diventerò ricco economicamente, ma, mettendomi d’impegno, posso arricchire la mia cultura e avvicinarmi a quella di  lei».    

                                   

 

 

 

CONTINUA