A CALCINCULO

CAPITOLO VIII

Alcuni giorni dopo, Dino, incontrando l’amico, salutandolo con entusiasmo disse:

«Uè fratè! Ho da darti una bella notizia!».

«Hai vinto a Sisal?».>

« Magari! Forse per te sarà come una vincita al lotto! Nella bacheca del Comune, e stato esposto un avviso. Per i ragazzi che, a causa della guerra, hanno sospeso la scuola, sono stati organizzati dei corsi di recupero per Elementari e Superiori, con inizio nel prossimo ottobre. Sei contento?».

«Si, lo so, sono già iscritto alla prima media!».

« Ma che cacchio dici? Non raccontar balle! Ero presente io quando hanno attaccato l’annuncio mentre le iscrizioni iniziano lunedì!  Mo, tu mi devi spiegare come fai a saperlo e addirittura essere già iscritto? Perché spari ste cazzate?».

«Anche se ti sembra tanto strano,il mio nome aprirà la lista degli iscritti!».

«Mi prendi in giro? Com’è possibile?».

« E’ stato Salvatore Giacchetta!».

«Il Professore? Nanvedi questo!».

«Non scherzare! Deve rimanere fra noi. Non vorrei creare problemi al padre di Maria!

Forse, l’avrà sentito dai figli che io, se mi si presentava l’occasione, avevo intenzione di riprendere a studiare e recuperare gli anni perduti!».

«E bravo Loprete! Ha dimostrato di essere veramente un “Bonsignore”!»

« E tu quando lo hai  saputo?».

Domenica! Stavo andando in chiesa quando mi sento chiamare, mi volto e chi ti vedo? Il professore. Fui sorpreso e subito pensai al peggio! Vuoi vedere che ha saputo di me e Maria?

Madonna mia bella che faccio? Il primo istinto è stato quello di darmela a gambe, poi, riflettendo ho pensato:  Ma che cacchio può farmi?  Ammazzarmi? In piazza, davanti a tanta gente non ci credo proprio! Tutto al più  una sgridata? E chi se ne frega! Devo forse fargli pensare che sono un codardo? Mai!

Preso il coraggio a due mani, mi avvicinai a lui.

Era la seconda volta che lo vedo da vicino, eppure…nel suo sguardo avevo l’impressione di leggere che lui sapesse».

«Ciao Gino, come certamente sai io sono un dipendente del Provveditorato agli studi di Taranto. La scorsa settimana è arrivata una circolare con disposizioni per i Comuni di organizzare dei corsi di recupero e aprire le iscrizioni per quanti sono stati costretti a sospendere gli studi per motivi bellici. Sapendo che tu sei uno di quelli, ho pensato t’interessasse. Così, nella lista inviata a questo Comune, mi sono permesso di iniziare la lista con il tuo nome. Ho fatto bene?».

«Sono rimasto senza parole dallimbarazzo. Aggrottando le sopracciglia mi chiese serio: “Non sei contento?” Altrochè Professore! Sono felice di riprendere a studiare. Ritengo la cultura un fattore primario nella vita, spece dopo ever conosciuto Vostra figlia Maria!».

« Cosa??? Ma dico… sei pazzo?», chiese Dino sgranando tanto d’occhi. «Tu hai avuto il coraggio di dire questo al Prof? Non ci credo!».

«Guarda che non ho detto nulla di tanto audace! Sa benissimo che con la figlia ci frequentiamo e sono convinto che è a conoscenza anche del tenero che c’è tra noi».

«Ma sei proprio rimbambito! Cosa ti è saltato in mente di nominargli la figlia?».

«E’ stato più forte di me! Diciamo che ho voluto mettere alla prova il mio coraggio! Pensa, verrà il giorno che mi presenterò da lui per chiedere la mano della figlia!».

« Quando vorrei essere presente quel giorno!».

«Perché?Pensiforse che mi scaccerà prendendomi a calcinculo?».

Ridendo divertito, Dino mi chiese:

 

«Ricordi? Mi hai confidato che non sei riuscito a fare la dichiarazione a Biancaneve perché ti sei impappinato per l’emozione! Io rido immaginandoti davanti al Professore! Già ti vedo; comincerai con il grattarti la testa, cosa che fai sempre quando sei  nervoso o ti trovi in imbarazzo, poi comincerai a tossire, balbettare e, infine, non so se scapperai via o scoppierai in singhiozzi. Sì, perché questa è unltra tua caratteristica, quando sei arrabbiatissimo con te stesso o con qualche adulto che non puoi reagire, non puoi sfogarti, allora scoppi in lacrime! Cosa succederà davanti al padre di Maria?».

L’autunno, per me, iniziò laborioso.  Di giorno il lavoro, di sera la scuola  con orario 18/ 22

Gli amici li vedevo solo alla domenica e nei giorni festivi. Dino spesso veniva a prendermi alluscita della scuola per sapere come andava. Il tempo di fare quattro chiacchiere, fumare una sigaretta, poi di filata a letto.

In prossimità delle feste natalizie, il Parroco, ci chiese se eravamo disposti a organizzare e partecipare alle feste di Natale. Per  il nostro gruppo d’amici, quell’anno fu un Natale particolare.

Costruimmo un grande presepio che prendeva quasi tutta la navata sinistra della chiesa madre, e dall’8 dicembre, tutte le sere, ci riunivamo davanti al bellissimo presepio per cantare la Novena.

La sera del 23 dicembre, con la chiusura delle scuole, il gruppo  si completò con Maria Loprete.

La notte di Natale, pochi minuti prima della mezzanotte, ebbe inizio una processione che, lentamente, prese a girare per la chiesa. Maria Biancaneve, apriva il corteo. Era bellissima nella divisa del suo Collegio, ampia e lunga gonna blu pieghettata, camicetta bianca attillata con cravattina dello stesso colore della gonna; sulle spalle un largo mantello dello stesso colore blu con fermagli in oro, metà mantello era rovesciato sulla spalla destra facendo spiccare la rossa fodera di seta. In testa, un largo basco dello stesso colore del mantello, portato piegato all’ingiù sul lato desto. I lunghi e neri capelli, gli scendevano come un manto coprendogli le spalle. Il viso dalla carnagione di madreperla spiccava fra quei vivaci colori. Era bellissima, sembrava una Madonna.

Il suono dell’organo, la coralità del canto, la fervenza cattolica della folla, segiuva il rito che stava per compiersi. Centinaia di candele sprigionavano morbidi e avvolgenti luci con miriadi di tremolanti fiammelle. Lorgano continuava possente inondando la chiesa di melodiose note accompagnando il coro e l’assolo di Natalina che, con la sua angelica voce, intonava «l’Ave Maria!», mentre, l’incensiere sprigionava e diffondeva su quelle note, il suo profumo inebriante. Io ero emozionatissimo di far parte di quel gruppo dalla voce celestiale. Come da una calamita, il mio sguardo fu attratto dall’immagine di Biancaneve. Sentii gli occhi affogare di lacrime. Vidi tutt’intorno sfumare in un paradisiaco scenario nel quale Maria avanzava lentamente verso di noi reggendo fra le mani un grande cuscino di raso rosso con sopra, la statuina del Bambino Gesù che, allo scoccare dlla mezzanote, giunnta davanti al presepio, lo posò nella mangiatoia; Olivia, quale solista, iniziò a cantare: “Tu scendi dalle stelle” seguita dal coro. Come sempre, la sua angelica voce emozionò i  presenti che, oltre a segnarsi col segno della croce, si asciugavano gli occhi bagnati di commozione.

Quei giorni di festa volarono veloci, come veloci trascorsero le vacanze di Pasqua. Ma ecco, finalmente, quelle estive e, come una rondine, puntuale,  ritornò Maria Biancaneve.

Con la complicità di Michele, ottenni il permesso dai Signori Loprete, di frequentare la loro casa per un’ora, tutti i pomeriggi per studiare con Michele nella loro fornitissima biblioteca. Maria si unì a noi assumendo il ruolo di maestra di latino. In quel periodo si era in piena campagna elettorale.

Le prime elezioni politiche dopo il ventennio del fascismo, si dovevano tenere nell’aprile del 48 ma, i partiti avevano già iniziato a suonare i loro tamburi e a tenere urlanti e pittoreschi comizi in piazza.

Tutte le sere, il paese assumeva un’aria di festa. La piccola piazza Maria Immacolata, un rettangolo incassato tra la Chiesa, il Palazzo Ducale e il Palazzo del Municipio, veniva illuminata a giorno mentre, gli altoparlanti diffondevano, a pieno volume, da destra: “Fratelli d’Italia”, da sinistra: “Bandiera Rossa”.

Il palco di destra, era tappezzato di tricolore; quello di sinistra, immerso in un mare di drappi rossi .

Gli oratori di destra, e di sinistra, urlavano slogan diversi dallo stesso significato.

Promettevano un’Italia libera e democratica; un’Italia diversa con grandi e validi cambiamenti nel Meridione.

Gli oratori di destra urlavano lo slogan “Pane e Libertà”

Le sinistre rispondevano: “ Pane e lavoro”.

E con questi slogan, destre, sinistre, centro e i limitrofi, sono sempre riusciti a mettercela in .… bofice!

Gli adulti del paese, colti dalla fobia del voto e del partito del cuore, a causa del quale, abbiamo visto rovinare delle solide e vecchie amicizie e addirittura assistito a serie dispute tra marito e moglie, tra padre e figli a causa della differente scelta di colore.

Anche i giovanissimi furono coinvolti nella disputa partecipando attivamente nelle discussioni di piazza esprimevano le loro idee cercando di capire la differenza che c’era fra un partito e l’altro.

Pure noi adolescenti, anche se, in effetti, praticavamo ancora giochi da bambini, fummo colti dalla curiosità di sapere quale sarebbe stata la differenza reale tra la vittoria dei bianchi e la vittoria dei rossi o, come politicamente si diceva: la “destra” e “le sinistre”.

Anche su questi argomenti Maria Biancaneve risultò essere la più preparata, teoricamente, s’intende.

Riuscì a spiegare e  farci capire, la differenza esistente tra: una democrazia liberale  e una democrazia totalitaria.

Come esempio illustrò la democrazia liberale americana e la democrazia totalitaria Russa.

 

«Mio padre è comunista!» affermò Antonio u Furnaro, capelli arruffati, viso rettangolare, allungato, labbra carnose tenute sempre semiaperte, forse a causa dei grossi incisivi, quando rideva assumeva un’espressione da cavallo. Lo battezzai “Orazio” il  fidanzato di “Clarabella”,  personaggi dei fumetti di Topolino. Per prendere ingiro Antonio, alias “Orazio”, ogni volta che rideva, noi nitrivamo.

«Mio padre afferma che vinceranno i comunisti perché sono loro che hanno liberato l’Italia. Saranno i protettori dei lavoratori e del popolo. Dice che sarà Togliatti ad andare al potere e farà giustizia togliendo la terra ai padroni la darà ai contadini liberandoli da secoli di schiavitù!».

Intervenne Cosimo u Rizzitieddu, 16 anni, non molto alto ma tarchiato e pieno di salute.

«Tuo padre dice delle gran minghiate! L’ho sentito pure io che i comunisti toglieranno le proprietà per darla a chi non ce l’ha. La mia famiglia e proprietaria di molta terra e case. Noi non l’habbiamo rubata a nessuno come vuole fare il tuo Togliatti. Noi la terra e le case le abbiamo pagate con soldi guadagnati con il lavoro dei nonni prima e dei miei genutori poi; dopo 30 anni è diventata nostra e la lavoriamo noi; i miei genitori con i 12  figli. Voglio proprio vedere, se vincono i comunisti, chi avrà il coraggio di avvicinarsi alla nostra propietà! In casa siamo tutti degli ottimi cacciatori e ogn’uno di noi ha il proprio fucile, anche io ho il mio. Che provano i comunisti ad avvicinarsi alla nostra terra!».

Intervenne Crocifissa an’Farinata, 14 anni, viso ovale, occhi vispi, capelli castano chiaro tagliati alla paggetto, Fin da piccolina ha sempre lavorato con il padre nel mulino ed’è sempre infarinata. Affascinata dai modi signorili di Maria Biancaneve e del suo parlare sempre in corretto italiano, aveva preso ad imitarla ostinatamente malgrado i continui strafalcioni che suscitava ilarità a chiunque l’ascoltava e, anche in quell’occasione non venne meno alla sua, ormai, caratteristica. Gesticolando tragicamente disse:

«Mamma mia! Spero proprio che non vingono i comunisti altrimenti qua può schioppare la guerra incivile!».

« Vuoi dire – la guerra civile - !», la corresse Orazio.

« Si quella! Perché, io cosa sono detto?».

L’ilarità si diffuse fra tutti noi che, ricordando aneddoti, oltre che di Crocifissa a farinata, anche di altri, durò per tutta la serata dimenticando la politica e tutti i problemi che comporta.

Quell’estate, i teneri e dolci sentimenti che intercorrevano tra me e Maria, cominciarono a creare dei sospetti e degli interrogativi tra gli abitanti del paese. Anche durante il lavoro in campagna, le donne approfittavano per chiedermi:

«A Gì, è vero che ti si fatta a uagnedda e ca si chiamme Biancaneve?».

Queste domande m’imbarazzavano terribilmente. Cercavo di rispondere il più naturale possibile. «Magari commà! Biancaneve, oltre ad essere na bedda vagnedda, è anche colta e benestante, e che vuliti che si mettesse cu uno come a me».

«Eppuro in  paese si chiacchiera ca Maria Biancaneve ete a zita toie? E u vero?».

«Vi lagghiu ditto. Noneeee!».

Tra loro continuavono a chiedersi:

« E l’attane lu sape?».                                                           

Queste voci circolavano interrogativamente dal fornaio, dal barbiere, al bar, alla fontana, e alla sera durante le ore dedicate alla “cultura” e alle notizie del giorno scambiate davanti alle porte di casa.

La domanda era unica: « Fra quiddi c’ ste qualcosa?», le risposte tante:

« Non si sa!».

« Forse c’è del tenero!».

«Pare che…».

« Ma … l’attane ce dice?».

« Quiro? Non ne sape nenti!».          

« Però… sapite cè vi dico? Nonc m’ d’spiaci! In’zieme fanne na bbedda coppia!».

«Edda però, ete accussì finetta! Si vede ca vene da na famigna di signuri!».

« Na! Ma puru iddu è accussì ammodo! Lu sé ca’ ete di città no?».

Il tam, tam, era giunto anche in casa Gerunda e, tata Ronzo ne approfittò per divertirsi un pò a mie spese.  Attese di avere degli spettatori. Quando giunse mamma Agata e i figli Michele e Dino, lu tata attaccò:

Come sua abitudine rivolgendosi alla moglie, con fare furbesco chiese:

«Vecchia! Hai sentito le voci che circola in paese?».

« Non so! Ne circolano tante. A quale ti riferisci?».

«Da coppietta fantasma! Cara mea, u curcijulo a preso il volo! Quello che mi preoccupa e che mira troppo in alto e come dice il proverbio: Chi troppo in alto va! Cade, precipitevolissimevolmente!».

« Ah, si! Ho capito di chi stai parlando! Cerca tu di dirgli qualcosa! Essere ambizioso è comprensibile ma, mirare così in alto… e pazzia! E poi, quello che non capisco e: di cosa si è innamorato?».

«Vecchia mia, hai proprio ragione! Domenica, mentre cantavano sull’altare, ho avuto modo di guardarla bene; si… è caruccia, però…non c’è altro! E’ pallida e magra come un’acciughina! Toltogli i vestiti, non ti rimane da mangiarti neanche un panino!».

« Eccolo là! Ti pareva che non se ne uscisse con una delle sue battute volgari?».

Dino, preoccupato, guardò l’amico. Il padre stava esagerando con quello scherzo pesante. Gli risposi con un’alzata di spalle, facendogli cenno di lasciar perdere.

 « Ma si! Ti viene spontaneo fare battute di questo genere quando sai che tutti i giorni è a lavorare insieme a diecine di vagnedde una chiù bbbona dell’oltra! Tutte giovani, fresche, sode, forti e con poppe al vento e lui…chi va a scegliersi? E’ inutile! I giovani di oggi non li capisco proprio! Ah! Potere avere 30 anni di meno!».

« Perché ti fermi? Continua! Cosa faresti con 30 anni di meno? Sentiamo l’ultima!», lo incalzò la moglie.

« Farei le stesse cose che ho fatto con te 30 anni fa! Non ricordi più… tra le vigne…io e te…».

Inviperita, mamma Agata gli tirò contro il mestolo che, in quel momento, aveva in mano, urlando piena di vergogna:

«Brutto maiale di un vecchio maniaco e sporcaccione!».

I due amici si divertivano ad assistere alla scaramuccia dell’anziana coppia. In fondo ero rimasto male di come tata Ronzo aveva ridicolizzato sulla persona che io amo. Dall’espressione, Dino capì che non mi divertivo affatto. Presomi sottobraccio cercando di distrarmi, mi disse ironico:

«Non farci caso a quello che dice lu tata, è colpa dell’arteriosclerosi che gli batte in testa!».

«Forse la piccola e delicata Maria, agli occhi di tanti, non appare bella. Certo», pensavo, «Capisco che i ragazzi e gli uomini in genere, sono facilmente rapiti dalle bellezze esteriori di una donna. Dalle loro forme e dai loro contributi, specie se civettuosamente, messi in mostra, i quali deliziano lo sguardo, magari, facendoli sognare passioni struggenti».

La mia Maria non è dotata di tutto questo, in compenso, è tanto bella dentro da farmi conoscere qualcosa di puro, di pulito, di religioso e d’antivolgare. Tutto questo, io lo respirava standogli vicino. Guardando quel viso di pregiata porcellana, quella sua delicatezza e signorilità, quella sua naturale dolcezza, quel suo esile e fragile corpo fragrante di cipria al gelsomino.

Guardandola, mi delizio smarrendomi nei suoi grandi occhi neri; mi delizio nell’accarezzare i suoi lunghi e morbidi capelli corvini; mi delizio delle sue labbra color di melograno; mi delizio nell’ascoltare la sua vocina, sempre calma, dolce, appassionata; mi delizio del suo dolce sorriso; mi delizio della sua timidezza e del rossore che gli dipinge le guance.

Questa giovane adolescente, pur avendo conosciuto l’attrazione verso l’altro sesso, con quelle piccole passioni che la spingono verso di me, non ha mai perduto la purezza d’animo di una giovinetta della sua età la quale, riteneva il solo tenersi per mano, una grande gioia e, il solo posare, lievemente, le labbra su quelle mie, era la massima estasi dell’amore.

Tata Ronzo, notando l’aria pensierosa, evidente sul mio viso, mi apostrofò chiedendomi:

« Gì, cos’hai? Come mai non dici niente?».

«Cosa volete che vi dica? Voi avete espresso una Vostra opinione sulle fattezze di una ragazza; Voi la vedete così come l’avete descritta. Ognuno si esprime secondo la sua anima, la sua cultura. Una cosa però non l’ho capita: a cosa alludevate quando  affermavare che oso volare alto, molto alto?».

«Non te la devi prendere se mi sono permesso di essere schietto. Se eri solo un amico di mio figlio, non ti avrei raccontato niente perché, non me ne sarebbe fregato niente. Il caso è diverso; noi tutti, ti vogliamo bene e ci sentiamo in dovere di aiutarti a non commettere errori che, un domani, potrebbero farti soffrire molto. Tu mi chiami “tata” come fanno tutti i miei figli, e io sono contento perché come a un figlio ti voglio bene!».

« Alt! Un momento tata Ronzo! Non ho capito niente! Non cercate di confondermi tenendo lunghi discorsi. Siate come siete di solito; pratico e schietto! Vi prometto che qualunque cosa dite, non mi offenderà!».

«Vedi Gino, alla tua età è facile innamorarsi o, credere di esserlo. In poche parole, voglio ricordarti che la piccola Maria non fa per te! Ora che siete degli adolescenti, divertitevi pure. Conoscendoti, sono certo che non farai niente di male! Però… cerca di non fare progetti per l’avvenire perché sarà impossibile realizzarli!».br>

«Sapete tata? Oggi non vi capisco proprio! Quello che state dicendo è cinese per me! Vi chiedo per favore; se avete qualcosa da dire su Maria, ditelo chiaro, chiaro e subito! Altrimenti, affermate che scherzavate e non ne parliamo più!».

«Scusami, ho scherzato!». Concluse il vecchio senza convincermi del tutto.

Anche quell’estate, lentamente ma inesorabilmente, scorreva via.

Gli amici mantennero la promessa, aiutando la coppia a rimanere segreta. Spesso l’accompagnavano fino ai margini dell’uliveto fuori dalla Porta Est del paese.

Mentre il gruppo rientrava, la coppia, percorrendo un piccolo sentiero tra gli ulivi, raggiungeva il vecchio albero dai rami contorti e dal tronco quasi aperto in due. Era il centenario ulivo che avevano conosciuto durante la loro prima uscita fatta in bicicletta.

All’interno del tronco, con un temperino, avevo inciso un cuore con le nostre iniziali.

Amavamo quell’albero. Sotto quei rami ci siamo detti per la prima volta: «Ti amo », ci siamo scambiati le nostre confidenze, i nostri progetti, i nostri sogni d’adolescenti, il nostro primo bacio.

Raccontai a Maria che d’inverno l’interno di quell’albero è diventato il mio rifugio.

«QQqqqqqq   uando più forte è la malinconia per la tua lontananza, vengo qui e mi rifugio all’interno del tronco per ripararmi dal freddo vento di tramontana. Passo delle ore seduto nel suo interno, fumando parlo con l’albero che mi risponde con il suo stormire di foglie, musica rubato al vento».

Commossa, Maria mi ricompensò con un abbraccio e tanti baci.

«Sai che ancora non conosco tuo padre? Mi dicono che gli somiglio molto».

«Non è vero! Mio padre è molto bello, alto, snello e  con dei bellissimi occhi chiari che tanto invidio!».

«Se avevi gli occhi chiari, forse, non mi saresti piaciuto! Preferisco i tuoi! Sai che hanno influito molto a farmi innamorarmi di te?».

« Davvero? E cosa trovi di tanto speciali in due occhi così banali come i miei?».

« Producono gli stessi effetti, che tu dici, che producono a te le mie vene! Mi lasciano parlare con il tuo cuore!».

La risposta mi lasciò per alcuni attimi, confuso. La presi fra le braccia e baciandola teneramente la tenni stretta a me.

In silenzio rimanemmo avvinti chi sa per quanto. Eravamo talmente presi che non sentimmo l’avvicinarsi dei nostri amici che, giuntoci alle spalle, esplosero con un forte: « Buuumh!». L’urlo ci fece gelare il sangue nelle vene dalla paura.

Ripresomi dallo spavento, la mia reazione creò un fuggi, fuggi. Li rincorrevo con l’intenzione di prenderli  a pedate e a pugni chiunque mi capitava a tiro.

Ritornata la calma, ci prendemmo tutti a braccetto, occuparono l’intera strada. Felici, tornammo in paese, cantando a squarciagola. Attaccò la solista Natalina: « Quel mazzzolin di fiori!», tutti  in coro:

 «Che vien dalla montaaagna e vada ben che non si baaagna te lo voooglio reeegalar ecc. ecc.».

 

 

 

 

 

 

 

CONTINUA