Lorenzo Manigrasso  
   TARANTO - L'ANGOLO DEI RICORDI Lorenzo Manigrasso racconta ...
 Natale 2004
Fin da piccolo, Giovanni, ha sempre aiutato il padre a costruire il presepe imparando molto bene le tecniche di costruzione e la posizione di ogni singola statuina.
Oggi settantenne, Giovanni, ricorda ancora i Natali Tarantini. Fin dalle prime ore del 22 novembre, Santa Cecilia, i vicoli erano invasi dai suoni delle Pastorali e dal profumo di pettole.
Quasi tutte le case aveva il loro bravo presepe artigianale. Si compravano solo le statuine, tutto il resto era creato manualmente.
Dalla vigilia dell’Immacolata, al 25 dicembre, in tutte le case ci si preparava a festeggiare la nascita del Bambinello. Seduti attuarne a fracere cu a cinise appizzicata, (intorno al braciere di carbonella accesa), di fronte al presepe, in coro si cantava la Novena.
I zampognari, scesi dalla Calabria e dall’ Abruzzo, giravano suonando per i vicoli. Erano in molti ad invitarli in casa e farli suonare davanti al presepe accompagnandoli con i loro canti.
Sposatosi, il padre gli regalò lo scatolone con tutte le preziose statuine di terracotta dicendogli:
« Prendi Giovanni, abbine cura e falli rivivere tutti gli anni la gioia del Natale!».
Da quel giorno sono trascorsi 43 anni e Giovanni continua ancora a costruire il presepe in casa sua, aiutato prima dai figli e oggi dai nipoti.
A Grottaglie riesce a trovare ancora qualche piccolo artigiano che costruisce tuttora statuine in terracotta. Anche se costano una cifra, Giovanni le preferisce a quelle di plastica.
Il pomeriggio del 7 dicembre, in compagnia dei quattro nipoti, dopo aver controllato la solidità della struttura del presepe costruita nei giorni precedenti usando una quantità di scotole di cartone di varie dimensioni e forma, con l’uso di forbici e spillatici, sono stati creati le varie forme di strutture ricoperti poi con fogli di giornali imbevuti in un bagno di colla vinavil diluita. Sono state modellate montagne, colline, fiumi, laghetti, casette e grotte.
I nipotini, muniti di pennello, si sono divertiti a schizzare di colore monti e pianura. Ogni uno di loro aveva un colore diverso, marrone, verde, giallo e rosso. Risultato asciutto e solido, dalla soffitta, Giovanni ha portato giù il prezioso scatolone. Controllando che i nipoti usano la massima cautela, le statuine sono scartate, una per una e sistemate sul presepe.
Come tutti gli anni, anche oggi salta fuori qualche pezzo mutilato, ma il nonno è un bravo chirurgo e subito interviene con il tubetto di una magica colla che tutto attacca, tutto salda rapidamente. Usando poi i pennarelli di scuola colorati, sono ritoccati i colori dove occorre.
Tenendo fede alla tradizione, Giovanni ha legato ai due lati del mobile, due folti rami di pini, avuti da un suo amico di Pulsano, che formano un’arcata sul presepe. Al centro dell’arco è legata la Stella Cometa e sui rami sono appese, non palline colorate ma profumati mandarini e arance e, per neve, batuffoli di candito cotone, proprio come quando era piccolo lui.
Nell’allestire il presepe, Giovanni, era solito raccontare, ai figli, dei suoi natali poverissimi, il digiuno della vigilia e, la sera, la grande mangiata di famiglia a base di pasta con le cozze, di baccalà fritto, pettole e sannacchiutele con le lunghe tombolate con pezzettini di buccia di mandarino per segnapunti.
Fabio, otto anni, il più piccolo dei quattro, lo interruppe:
« Nonno, se non facevate l’albero, i regali, dove erano messi?».
« Caro Fabio, ai miei tempi Babbo Natale girava solo per i paesi nordici, l’Itala non la conosceva ancora, tanto più non conosceva noi meridionali e né noi conoscevamo Babbo Natale.
« Quando Babbo Natale è venuto in Italia?», chiese Daniele, 12 anni, il più grande.
« Non molti anni fa. Tutto è cominciato con “il miracolo economico” degli anni ’60 e la conseguente voglia di molti di mostrare il piccolo benessere. Il presepe è un casalingo, lo vede solo chi ci viene a far visita, così, copiando il modello americano, si scatenò la mania delle decorazioni natalizie diventando un Natale consumistico avviandoci alla terribile abitudine di scambiarci tutti dei regali. Il Natale all’americana è diventato lo scambio frenetico di doni, concentrato nel giorno di Natale, mentre la Befana, per un pò di tempo fu addirittura cancellata dal calendario.
« Per questo nonno tu a Natale non ci fai i regali?», disse Nicoletta. 10 anni.
« Non è proprio così! Io sono un tradizionalista e faccio quello che i nonni e i genitori hanno fatto con me. Eravamo poveri ma felici! A Natale mi davano la mazzetta. Sentire in tasca il tintinnio di quei pochi centesimi mi dava gioia. Ero contentissimo di poter andare a cinema e comprarmi anche dello zucchero filato o un cartoccio di passatiempe, (semi di zucca), o di lupini. Faccio lo stesso con voi. Capisco che, pure essendo grandicelli, ancora non conoscete il valore del denaro. Vi do cinque o dieci euro, dandomi un freddo grazie, le infilate in tasca senza nessuna emozione o importanza.».
«Nonno, cosa vuol dire tradizionalista?» chiesa Anna, nove anni.
« Le usanze in casa mia, erano delle tradizioni lasciateci dai nonni e, ai nonni, dai loro genitori.
Io sono rimasto attaccato a queste tradizioni e le rivivo come le ho apprese. Il Natale, per me, rimane una festa religiosa e di famiglia. Il grande regalo del 25 dicembre è la nascita del Bambinello. E se alla vigilia non faccio il digiuno e la sera non ceno con pasta e cozze, baccalà fritto e pettole, per me non è Natale! Questo vuol dire essere tradizionalista!»
« Nonno, se non veniva Babbo Natale, i regali chi ve li portava?», chiese Fabio.
« Come vi ho appena spiegato noi, bambini di quei tempi, la mattina del Natale, i genitori ci davano pochi centesimi di mancia. Uscita dalla Messa, facevamo un giro per i parenti ad augurargli il “Buon Natale”, racimolavamo ancora qualche centesimo che, messi insieme a quelli ricevuti dai genitori, ci permettevano di andare al cinema. I regali, invece, ce li portava una vecchia Signora chiamata “Befana” che volando, di camino in camino, a cavallo di una scopa, ci lasciava i rigali da noi richiesti con una letterina. La sera della vigilia, appendevamo un calzino sul camino e al mattino lo trovavamo, normalmente, pieno di mandarini, pistidde, (castagne secche) e noccioline americane.
A volte trovavamo anche dei pezzetti di carbone, quello vero non di zucchero come quello di oggi che è fatto di zucchero tinto di nero. “Il giocattolo” e non “ i regali”, variava. Un anno una piccola armonica a bocca, un altro anno uno jò jò, o un fuciletto o una pistola con tappo di sughero».

I nati nella prima metà del secolo scorso certamente ricorderanno tutto quello che Nonno Giovanni racconta ai suoi nipotini.

©2004 Lorenzo Manigrasso

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