Lorenzo Manigrasso  
   TARANTO - L'ANGOLO DEI RICORDI Lorenzo Manigrasso racconta ...
 Ricordi d'infanzia
RICORDI D'INFANZIA
Breve racconto di Lorenzo Manigrasso

Avevo poco più di un anno, quando mio padre, dirigente d’azienda presso la Società Costa di Genova, fu trasferito al nuovo stabilimento oleario di Taranto: Oleificio Giacomo Costa fu Andrea di Genova.
Un grande stabilimento moderno. La Direzione, tenuto conto delle esigenze che potevano incontrare i dirigenti e maestranze inviati da Genova, aveva provveduto a tutto.
Lungo il fronte strada dello stabilimento, vi aveva fatto costruire un complesso a tre piani composto da diciotto appartamenti, tanto erano le famiglie dei dirigenti genovesi.
Vi era uno spaccio alimentare chiamato: “Stella Polare”, un ambulatorio medico e una cappella dove tutte le domeniche, alle dieci, veniva un frate francescano a celebrare la Santa Messa.
A Pasqua e a Natale avevamo l’onore di avere addirittura il Vescovo di Taranto e tutti gli anni, a fine cerimonia, era organizzata la foto ricordo con le maestranze.
Nello stesso stabile avevamo una grande sala polivalente, sala giochi e asilo per i più piccoli, doposcuola per i più grandicelli, sala riunioni, sala da ballo e festeggiamenti vari per le famiglie.
Tutte le nostre attività, la nostra vita, si svolgeva nel ristretto ambito della comunità genovese.
Per noi ragazzi era, tacitamente, proibito fare amicizie con i figli dei dipendenti locali.
Ad Est dello stabilimento, dopo il Cementificio Italia e il deposito di carburante “ Esso “, vi erano altri due complessi occupati dagli operai dello stabilimento.
All’età della scuola ho frequentato le elementari in Via Galeso sui Tamburi, mentre le medie, presso la Carbonelli, in Piazzetta Carbonelli, vicinissimo al Ponte Girevole.
Per andare a scuola, noi, genovesi, avevamo un pulmino della ditta, escluso ai figli degli operai. I quattro chilometri che ci dividevano dalla scuola, quei poveretti, se li facevano a piedi.
Al mio primo anno di scuola, ricordo una mattina, nevicava, tre ragazzi figli d’operai, presero posto nel nostro pulmino. Pietro, l’autista, fece finta di non vedere, ma, i fratelli Scogliamiglio, figli di un ingegnere, protestarono vivacemente con l’autista minacciandolo di farlo licenziare se permetteva a quei tre di viaggiare sul loro pulmino.
Pietro fu costretto a fermare il mezzo e fare scendere gli “ intrusi ”.  
La mattina dopo, davanti al cancello della scuola, fummo accolti da un folto gruppo di scolari che, dopo una scarica di palle di neve, ci presero a schiaffi e calci.
Impaurito, scoppiai a piangere. Riparandomi il viso con le braccia, mi aspettavo di ricevere la mia dose di botte, quando all’improvviso, qualcuno, afferratomi per la vita, mi sollevò di peso, portandomi fuori della mischia. Era un alunno della 5^ C. Enzo Paneca, figlio di Giovanni Paneca responsabile della sicurezza del nostro Stabilimento, essendo un dipendente locale, abitava sulle palazzine degli operai. Enzo però, considerato figlio di un dirigente, aveva diritto all’uso del pulmino. Avendo egli avvertito di essere poco gradito dalla nostra comunità, non è mai salito sul mezzo preferendo fare la strada a piedi con i suoi amici.
Pur essendo maggiore di quattro anni, dopo quel giorno diventammo grandi amici.
Anche i miei genitori lo presero in simpatia invitandolo spesso in casa per fare merenda insieme dandomi anche il permesso di uscire a giocare con lui e i suoi amici.
Con loro cominciai a girare e conoscere tutti i dintorni. Mentre alle spalle dello stabilimento avevamo il mare, di fronte avevamo un immenso uliveto.
Quasi tutti i pomeriggi accompagnavo Enzo a prendere il latte presso la Masseria Cappello che si trovava immersa nel verde mare degli ulivi proprio di fronte allo stabilimento.
Davanti alla masseria vi era un grande spazio sempre affollato di animali da cortile, fra questi vi era una mezza dozzina di oche terribili. Non avevamo paura dei cani ma delle oche si. Appena si accorgevano del nostro arrivo, ci correvano incontro gracchiando e saltellando goffamente ad ali aperte ci attaccavano a beccate. Enzo era riuscito a farsi amici i quattro cani da guardia e quando eravamo attaccati dalle oche, lui li chiamava a gran voce. I quattro mastini correvano in nostro aiuto rincorrendo le oche. Poi, scodinzolando soddisfatti, issandosi, appoggiavano la zampe anteriori sulle sue spalle lavandogli il viso con affettuose leccate.
 
I miei nuovi amici m’insegnarono il loro dialetto fino a capirlo e parlarlo correttamente. Mi insegnarono anche a giocare alla livoria, o curruculo, a mazza e spizziedde, a tuzza parete, o castiedde e altri giochi ancora.
D’estate trascorrevamo intere giornate giù al mare. Vi era una piccola isoletta a 15, 20 metri dalla riva. Aveva la forma di una grande balena. Sopra, con rami di palme, i ragazzi vi avevano costruito un villaggio di capanne battezzandola: “ L’Isola di Mòmbracen “. Enzo Paneca era Sandokan, tutti gli altri i: “Tigrotti della Maleysia “
I pomeriggi li dedicavamo a delle scorribande. Giocando, ci procuravamo la merendina da “zianeme accappa a cappa”. I ragazzi locali davano dello zio a tutti gli adulti e nunni ai più anziani. Quando dicevano, andiamo a mangiare dei fichi, dell’uva o altro, se qualcuno chiedeva loro: Dove? La risposta era: Da zianeme accappa a cappa. Tradotto, visto che tutti sono zii, significa: dal primo zio che capita. E il primo era zì Nicola della vicina Villa Tròilo che aveva un ricco frutteto: ciose, (gelsi), percoche, granate, (melograno), fichi e na vigna con profumata e dolce uva bianca a quernele, (uva pizzutella).
A volte ci spingevamo fino “alli Caggiuni”, regno di ortolani dove ci si procurava della tenera lattuga, carote, finocchi e meledde. Tra gli ortaggi vi erano degli alberelli di meli che producevano delle piccole mele tonde e verdi dal sapore unico.
I nostri giochi, dall’isola di Mòmbracen, si spingevano fino all’antica “Torre della Giustizia” (ancora esistente). Su di lei si raccontavano storie terribili. Ai piedi della torre vi è una botola quadrata dall’apertura di due metri per due e, man mano che scende giù, va lentamente restringendosi fino a raggiungere pochi centimetri. Dalle quattro pareti spuntano delle affilate lame che seguono il restringimento dell’apertura della botola dove, in fondo, scorre veloce un corso d’acqua che va a sfociare in mare.
Nella botola, dall’alto dei venti metri della torre, erano lanciati i condannati a morte che le lame riducevano a brandelli e scaricati, dall’acqua corrente, direttamente in mare.
 
Il luogo più bello che ricordo, è Punta Rondinella. Un promontorio da sogno, tutto attorno domina il verde e il mare: una bellezza unica che stordisce.
Al tramonto, l’enorme disco giallo del sole, prima di ritirarsi per la notte fa il bagno tingendo tutto il mare di rosso e arancione.
 
Con l’arrivo della siderurgia, lo stabilimento oleario fu chiuso e noi, genovesi, tornammo nella nostra città, Taranto, però è rimasta nel mio cuore anche perché al Pacinotti conobbi Margherita. Una vivace e bellissima rossa. Abitava in Via Garibaldi in una delle nuove palazzine.
Il destino, portandomi lontano smorzò tutto.
 
Nel ’75, sposato e con due figli, ho convinto la famiglia a trascorrere una vacanza a Taranto. Ero entusiasta di mostrare i luoghi della mia infanzia. Alloggiati al Gabbiano, quella zona era nuova anche per me, è piaciuta a tutti della famiglia. La delusione l’ho avuta, quando, superata la Salita della Croce, mi sono trovato in difficoltà nel ritrovare la vecchia bianca strada impolverata.
Tutto è cambiato. Del Lazzaretto, punto di riferimento e inizio della strada bianca che portava a Punta Rondinella, rimangono solo delle macerie. Sparita la Caserma dell’Autocentro Militare, sparite le due palazzine dei dipendenti dell’Oleificio Costa. A malapena ho individuato la porta, sbarrata e annerita, della Stella Polare. La palazzina dei nostri alloggi con portoncini, balconi e finestre murate. Costruzioni e dintorni tutto coperti da uno strato di polvere rossiccia.
Scesi in spiaggia per mostrare a mia moglie e ai miei figli l’isoletta dei miei giochi, sono stato colto da grave tristezza nel constatare che anche quella era sparita. Non esisteva traccia. Materialmente è stata cancellata, ma io la conservo viva nei miei ricordi.
Anche Villa Tròilo è semidistrutta. Il lungo e bellissimo viale di alte palme, si distingue appena, devastato e annerito dallo strato di polvere ferrosa prodotta dagli alti forni della siderurgica che ha soffocato e distrutto tutto creando un vasto deserto rosseggiante che va da Massafra fino a Punta Rondinella.

©2005 Lorenzo Manigrasso

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