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  Lorenzo Manigrasso
   

 IN BARBAGIA - SULLE ORME DELL'ANONIMA SEQUESTRI  
Nell’aprile del 1967, fui aggregato alla “ Spedizione Caschi Blu Sardegna”
La spedizione “baschi blu” si mosse negli splendidi scenari bucolici, quasi selvaggi della Barbagia nel nuorese. Si perlustravano le zone più pervie dove si rifugiavano i più pericolosi latitanti autori di una lunga serie di reati; omicidi, abigeato e sequestri di persone compiuti anche nel continente.
Fu proprio sui pendii di Supramonte, dov’era il cuore del banditismo sardo che una pattuglia dei “caschi blu” (giovani poliziotti), un giorno di luglio, all’imbrunire, cadde in un’imboscata.
I ragazzi in divisa, proseguivano in fila indiana percorrendo un sentiero strettissimo tra l’alta vegetazione, non accorgendosi che sullo stesso sentiero, poco più avanti e nella medesima direzione, procedeva un gruppo di quattro uomini, risultati poi essere i cervelli della più pericolosa banda esistente in quel periodo in Sardegna.
Sfortuna volle che fossero i banditi ad accorgersi per primi della presenza dei poliziotti.
Sarebbe bastato percorrere ancora cinquanta metri per sbucare in una radura con vegetazione bassa dove, certamente, i banditi sarebbero stati subito avvistati dagli uomini in divisa.
Questo fu chiaro anche ai latitanti che, invece di fuggire sfruttando il vantaggio che avevano per superare lo spazio scoperto e raggiungere la vicina boscaglia, vigliaccamente tesero un agguato.
Messo mano alle armi, tre mitra e una carabina, si disposero a ventaglio davanti allo stretto sentiero e, quando spuntò la pattuglia, aprirono un micidiale fuoco incrociato.
Il collega che apriva la marcia cadde subito colpito a morte, il secondo della fila, colpito gravemente, morì poco dopo, il terzo colpito al collo riuscì, insieme con gli altri due, a gettarsi per terra e prontamente rispondere al fuoco. Questa loro prontezza di riflessi evitò la strage totale.
A quella rabbiosa e disperata reazione i banditi si sganciarono subito dandosi alla fuga.
I sopravvissuti, dopo aver dato l’allarme via radio, cercarono di soccorrere i colleghi feriti. Purtroppo, non erano attrezzati per fronteggiare una situazione del genere.
Due erano già morti e il terzo cessò di vivere da lì a poco. Non era stato colpito nessun organo vitale La pallottola però gli aveva reciso un’arteria. Non ci fu nulla da fare.
A tarda sera fui chiamato per correre sul posto per eseguire il sopraluogo.
Ai piedi di Supramonte trovai ad attendermi alcuni agenti della squadra mobile di Nuoro con due guide, due pastori del posto. Il cielo coperto da uno strato di nubi rendeva una notte buia.
Ci arrampicammo su per quei sentieri da capre.
Tra il pastore che prese posto in avanti e il secondo pastore che chiudeva la marcia, fu tesa una corda e noi, al centro, avanzavamo tenendoci, con una mano, afferrati a lei.
Poco dopo le 3, sfiniti dalla fatica, raggiungemmo il luogo del conflitto dove trovammo il grosso degli uomini accorsi in soccorso.
Per svolgere il mio lavoro dovetti attendere le prime luci del giorno.
Una grigia alba ci mostrò in pieno la scena della terribile tragedia che poche ore prima si era abbattuta sui nostri colleghi. Iniziai i rilievi stabilendo e segnalando con lettere e numeri i vari indizi, stabilendo (teoricamente), come si erano svolti i fatti, quanti uomini avevano partecipato alla sparatoria, la loro posizione, il tipo d’arma usata e, attraverso i bossoli rinvenuti, il numero dei colpi sparati, da una parte e dall’altra.
I cadaveri a terra rappresentavano una scena agghiacciante. Ricordo che il dolore che ho provavo in quei momenti l’avevo provato solo alla morte di mia madre. Quei ragazzi non erano solo dei colleghi, ma erano anche dei cari amici. Avevo vissuto con loro, giocato e scherzato con loro. Ora, me li trovavo qui, trucidati senza pietà.
Nel fotografare i corpi stesi senza vita, sull’erba umida di rugiada e bagnata del loro sangue, sentii un vuoto profondo dentro di me e dovetti impormi di respirare lentamente per non avere delle immagini mosse. La vista mi si annebbiava per le lacrime trattenute, impedendomi una corretta messa a fuoco dell’apparecchio fotografico.
Nell’ispezionare le postazioni dei banditi scoprii, quasi con gioia, delle macchie di sangue sulle foglie dei cespugli e sull’erba. Questo affermare che almeno uno dei banditi fosse stato ferito e dalla quantità di sangue che bagnava erba, si presumeva trattarsi di ferita grave.
Giusto otto giorni dopo, fui inviato ancora su Supramonte per eseguire un altro sopralluogo.
Sul versante opposto del luogo dell’agguato, in un canalone era stato rinvenuto un sacco di juta contenente, presumibilmente, un cadavere.
In elicottero giunsero sul posto varie autorità, tra queste, vi era anche un sostituto procuratore della Procura di Nuoro.
Quel cadavere doveva appartenere ad un personaggio più importante dei nostri tre ragazzi, per aver fatto scomodare le alte autorità.
Agli ordini del Sostituto procuratore eseguii i rilievi del caso.
Fotografai la zona, dopo avere indicando, con delle grosse lettere, i quattro punti cardinali per meglio individuare, quasi con precisione, la posizione del sacco, poi, lo fotografai in primo piano e nei minimi particolari. Il sacco, umidiccio di una sostanza di colore “rosa”, presentava delle lacerazioni in più parti. Certamente causate da animali che avevano banchettato.
A giudicare dal volume doveva trattarsi di persona di bassa statura e per niente robusta. Nonostante le dimensioni, il puzzo che quell’ammasso di carne emanava, era insopportabile.
Indossato, mascherina e guanti, aprii il sacco che era chiuso con del filo di ferro. Il corpo era in avanzato stato di decomposizione, i colleghi che mi stavano attorno, di colpo scattarono all’indietro, compreso il Sostituto Procuratore, qualcuno diede di stomaco.
Per un attimo il mio pensiero corse ad otto giorni prima. Rividi i colleghi senza vita stesi fra i cespugli.
Nel fotografare quei miseri resti riconosciuti appartenere ad uno dei capi della banda che aveva architettato il micidiale agguato ai nostri colleghi, mi sorpresi nel costatare che in me, non c’era più odio verso di lui.
Ferito all’addome deve aver sofferto una lunga e dolorosa agonia. Non piansi per questo ma, spiritualmente, ebbi pietà di lui. Quella era ancora una risposta alla ferocia e inumano comportamento della banda.
Questo povero diavolo aveva combattuto e rischiato con loro, eppure, una volta ferito, l’anno lasciato morire senza prestargli cure adeguate.
Sarebbe bastato lasciarlo ovunque, fare una telefonata anonima per farlo trovare in tempo dalla polizia per essere soccorso e trasportato d’urgenza in ospedale. Invece, anche dopo morto, come ricompensa, lo hanno chiuso in un sacco e gettato via come spazzatura.
Non passarono molti mesi da quel tragico avvenimento che, finalmente, la polizia riuscì a catturare il numero uno della banda: Ora, 2004, è ergastolano. Sapendo che quella trasferta in Sardegna, sarebbe durata dai quattro ai sei mesi, mi portai a seguito la famiglia, moglie e due figli piccolini. Vivendo tra i sardi, cominciai a conoscerli e apprezzai, anche se capitò un fatto non certo lusinghiero. Tornando da Supramonte con il nostro carico di morti, nell’attraversare Orgosolo, paese del capo banda, gli agenti sulle camionette, furono derisi e molti giovani, ai lati della strada, alzavano festosi le braccia in aria, mostrando due dita aperte a “V” in segno di (vittoria).< br> Il giorno invece che si stava trasportando il corpo del bandito; nell’attraversare il paese, gli stessi giovani del luogo, minacciosi, bersagliarono di fischi e insulti, le camionette della polizia.
Nel paese dove risiedevo, ebbi un ottimo rapporto con la gente del posto. Mi rese conto che avevano, addirittura, preso la mia famiglia sotto la loro tutela. Non ci lasciavano mai soli. Ovunque fossimo andati c’era sempre qualcuno che, con una scusa o con un’altra, si offriva di accompagnarci. Con molti di loro ho ancora contatti; quando partimmo, un gruppo di gente del piccolo paese dove avevamo vissuto, ci accompagnò in stazione. Alcune donne, fecero anche qualche lacrimuccia essendosi affezionata molto a mia moglie e ai nostri bambini.
Furono però mesi poco tranquilli, il clima era di sospetto e di timore.
Un anziano del posto, ex carabiniere, saputo che spesso mi recavo da solo in piena notte in caserma (lontana circa due chilometri fuori del paese), mi consigliò di stare sempre allerta e molto attento nel percorrere la strada che attraversava un tratto di campagna del tutto isolato.
Ricordo una notte, rientravo da una missione, da solo percorrevo la strada che portava in paese. Giunto in piena campagna, all’improvviso sentii dei passi alle mie spalle.
Era buio pesto con poche stelle in cielo. Mi fermai di colpo tendendo l’orecchio. Chi mi seguiva si arrestò. Ripresi il cammino e lui dietro.
Senza stare molto a pensare, mi buttai a pancia a terra rotolando poi nella cunetta che fiancheggiava la strada. Caricai la pistola cercando di fare il meno rumore possibile, poi, non sentendolo avanzare, mi mossi io. Strisciando silenziosamente, andai incontro al mio inseguitore. Gli arrivai così vicino da sentire il suo respiro.
Provavo una gran paura. In tutta la mia carriera non avevo mai estratto la pistola contro nessuno e questa volta, pensai, forse stavo per sparare ad un uomo.
Mi feci forza e restando appiattito nella cunetta, urlai, intimando: “Polizia, chi va là”!
Non ricevetti risposta.
Guardando dal basso verso l’alto, stagliata contro la fioca luce delle stelle, distinsi un’ombra nera che si chinava su di me; stavo per far fuoco quando mi accorsi che avevo di fronte il muso di una mucca, probabilmente altrettanto spaventata. Scoppiai a ridere e l’avrei baciata in bocca se non fosse scappata via.

© Lorenzo Manigrasso

I POTERI DI INTERNET !

Giorni fa ho ricevuto una mail da un giovane sardo. Capitato per caso in questo sito, la sua attenzione è stata attratta da alcune foto aeree da me scattate durante un reportage particolare eseguito nell'estate del 1967 in Sardegna. Le foto inserite nel sito sono proprio quelle del suo paese, ABBASANTA, dove ho vissuto 6 mesi con la mia famiglia facendo molte amicizie nel caratteristico e bellissimo paese e, guarda caso, è risultato che ho abitato quasi attaccato a casa sua.
E' stato bellissimo ed emozionante ricevere, dopo circa 40anni, i saluti di molta gente che ancora ci ricordano.

Serafino Medde, presidente dell''Associazione ippica di Abbasanta",( Oristano), possiede un discreto archivio fotografico con tema " IL CAVALLO ". La raccolta parte dal 1938 ai giorni nostri e, ogni anno viene organozzata una mostra fotografica. Chiunque è interessato può richiedere o inviare foto il cui tema è "IL CAVALLO".

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© 2004 Lorenzo Manigrasso - Padova