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  Lorenzo Manigrasso
   

 LA TRAGEDIA DEL VAJONT  
Conoscevo Longarone: un ridente paese steso felicemente nella verdeggiante Valle del Vajont.
La statale Alemagna lo taglia in due parti: una inerpicata sulla montagna; l'altra, con le abitazioni, la ferrovia e la zona industriale, distesa a valle.
Vi sostavo tutte le volte che da Padova, dove lavoravo per la Polizia Scientifica, mi recavo a Cortina: la fermata era d'obbligo per gustare il rinomato gelato di produzione locale.
La sera del 9 ottobre, era da poco passata la mezzanotte, fui svegliato da un continuo campanellio alla porta di casa. Fuori, una campagnola con autista il quale sollecitava a sbrigarmi e seguirlo per un'emergenza. Partimmo conoscendo solo la destinazione ma non il motivo preciso dell'urgenza. Giunti alle porte del paese, una frenata particolarmente brusca mi fece dare una capocciata al parabrezza della campagnola: l'autista non aveva più visto la strada. Scesi dall'automezzo, con orrore notammo alla luce dei fari che eravamo sul bordo di una grossa voragine. Munitomi di torcia elettrica, m'incamminai a piedi compiendo un largo giro. Il fascio di luce della torcia cominciò a mostrarmi un terreno dissestato e brullo. Secondo le mie previsioni dovevo trovarmi nei pressi della stazione ferroviaria. Vi trovai dei binari attorcigliati come se delle mani giganti, con forza sovrumana, si fossero divertite ad usare i binari per fare dei fiocchi tipo quelli usati per abbellire i pacchi dono.
Non vi era anima viva. Ma ecco che il fascio della mia torcia illuminò una figura umana che si aggirava tra i detriti. Avvicinandomi notai che era un vecchio contadino dal volto bruciato dal sole e solcato da profonde rughe che esprimevano lunghi anni di una vita di duro lavoro:
"Buon uomo, dov'è Longarone?" chiesi. Non ricevendo risposta, gli illuminai il viso: le profonde rughe erano solcate da grosse lacrime che scendevano giù dal mento passando per la bianca e ispida barba. Senza proferire parola, il vecchio tese un braccio indicandomi la Valle. Poi, singhiozzando, disse:
"Ieri sera era qui ed in questo posto doveva essere casa mia!".
"Ma cosa è successo?"
Continuando a piangere il vecchio mi raccontò:
"Ho lasciato il paese all'imbrunire. Ho una baita in montagna con delle bestie. Sono andato ad accudirle; i miei figli si sono rifiutati di venire perché c'era la nazionale in televisione. Finito i lavori stavo per far ritorno quando ho avvertito uno spostamento d'aria accompagnato da un forte boato: ho creduto si trattasse di un terremoto. Quando sono arrivato qua non ho trovato più niente!"
Le nere montagne cominciarono ad intagliarsi sul bianco lenzuolo dell'alba. Con l'arrivo dei primi soccorsi la valle iniziò a popolarsi. Freneticamente si iniziò subito a scavare con la speranza di salvare qualche vita.
Misi in funziona la cinepresa e, ad intervalli, l'apparecchio fotografico. Le prime foto non mi riuscirono bene: la luce del giorno era ancora scarsa ed io ero costretto ad usare tempi lunghi e diaframma aperto. Nel fotografare quell'immane disastro l'emozione era talmente violenta che oltre a tremare, gli occhi pieni di lacrime non mi permettevano di mettere a fuoco l'immagine.
Ricordai che qualcosa di simile la provai durante la guerra. Nel giugno del 1942 Taranto subì un violento bombardamento. Obiettivo: Porta Napoli. Sul piazzale dove oggi sorge il ristorante "Al Gambero", vi erano molte case dove abitavano i miei amici più cari. Al mattino, avanti ai miei occhi, si presentò uno spettacolo terrificante: al posto delle case solo mucchi di macerie e lì persi quasi tutti i miei amici.
Anche se sono trascorsi tanti anni solo pensando a quel giorno non riesco a trattenere le lacrime.
Nessuno ricorda quelle vittime. Sul posto non vi è un monumento, una targa, una semplice scritta: NIENTE!
Per questo ho accettato con slancio di collaborare con la Pro Loco di Longarone per creare, con le mie foto, varie pubblicazioni ed una mostra permanente intitolata "Per non dimenticare".
A Longarone il 40° anniversario della tragedia del Vajont (1963-2003) è stato ricordato con una lunga serie di iniziative. culminate il 9 ottobre scorso, giorno del disastro, in una solenne commemorazione per onorare la memoria di quanti, vittime innocenti, non sono più fra noi e per trarne motivo di nobile e rinnovato impegno per i superstiti e per le nuove generazioni.

© Lorenzo Manigrasso
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© 2004 Lorenzo Manigrasso - Padova